IL MITO DELLA DEMOCRAZIA

La più antica disquisizione sulla democrazia la ritroviamo in Erodoto che forse la dedusse da una precedente opera di Protagora. Egli, mentre ci fornisce la classificazione dei governi e ci da la loro descrizione, monarchia, aristocrazia, democrazia, afferma che quest’ultima si basa sull’uguaglianza dei diritti, la responsabilità delle cariche e la sovranità popolare. Ma Erodoto ci mette anche al corrente delle principali critiche che vennero da subito mosse al sistema democratico riferendo un discorso del satrapo persiano Megabizo il quale riteneva che solo uomini preparati e capaci potessero nel governo dello stato prendere le decisione più appropriate; cosa questa che non può fare la totalità del popolo per sua natura incapace e sfrenato. Vediamo quindi che nella democrazia sin dalle sue fasi iniziali emergeva una questione che si prolungherà nei secoli e che in tempi recenti si è cercato in vario modo di risolvere ma forse non sempre in maniera definitiva e convincente.
      Il problema fondamentale della democrazia greca fu pertanto quello di garantire sovranità al popolo e scegliere cittadini competenti al governo della polis. Problema che in parte ed  apparentemente poteva essere risolto a livello teorico da una singolare idea del su menzionato Protagora. Questo filosofo infatti affermava che, se sono necessarie competenze specifiche per alcune attività come la medicina, l’agricoltura, l’oreficeria,ecc., la capacità politica è invece innata in tutti gli uomini è non è pertanto privilegio dei cosiddetti sapienti. Tale concezione aprioristica e scarsamente affidabile fu  avversata da Platone che riteneva che solo i sapienti, cioè i filosofi, avessero conoscenze e competenze per dirigere lo stato. In una fase più avanzata del suo pensiero  però attenuò la dottrina originaria affermando che la costituzione dello stato deve contenere in parte principi monarchici ed in parte democratici.
      Nelle poleis greche dove s’instaurò la democrazia la sovranità popolare era almeno in teoria di facile realizzazione perché trattavasi di una democrazia diretta che si esercitava nelle assemblee a cui avrebbe potuto partecipare tutto il popolo, cioè poche migliaia di persone. Ma il popolo da chi era composto? Originariamente in Atene il popolo era costituito grosso modo dagli uomini di età superiore ai venti anni, nati in Atene e figli di ateniesi. Non appartenevano però al popolo, o detto in altro modo, non avevano diritti politici, le donne, i minori, gli schiavi  e i meteci, cioè gli stranieri residenti anche se nati in Grecia ma da genitori stranieri. In tal modo solo un terzo circa dell’intera popolazione aveva i diritti politici. Ma tale situazione fu sempre fluttuante perché in certi casi ad esempio guerre, furono ammessi  al popolo anche alcune categorie in precedenza escluse.
      Una cosa con questo sistema di governo risultò evidente, che se la sovranità apparteneva al popolo, che la esercitava con l’ovvio sistema delle maggioranze, e se tutti coloro che ne avevano i requisiti potevano partecipare alle decisioni politiche, non per questo la giustizia (interna ed esterna) e la pace venivano ad essere garantiti. Se infatti fosse stato vero, come diceva Protagora, che la capacità politica è innata in tutti gli uomini, non è certamente innata l’onestà, la bontà, il giusto discernimento. Una maggioranza in democrazia può anche fare scelte errate o addirittura scellerate. Può errare il singolo ma anche una maggioranza, anche se si potrebbe pensare che in quest’ultimo caso ciò possa avvenire con minori probabilità.
      Contro il  governo democratico le critiche e le opposizioni si prolungarono nel tempo; basti ricordare un’operetta di uno pseudo-Senofonte intitolata La costituzione degli ateniesi in cui viene messa in evidenza l’ignoranza dei governanti democratici, il loro scarso senso morale, lo smisurato interesse per il denaro, l’eccessiva considerazione che si era data a meteci e schiavi.
      L’ideale democratico fu presente anche se in forme abbastanza attenuate nella fase repubblicana di Roma in cui le classi popolari, volendo partecipare anch’esse al governo, furono spesso in aspro conflitto con le aristocrazie facenti capo essenzialmente al senato. Conflitto spesso sfociato, come sappiamo, in sanguinose guerre civili che, terminate con l’abrogazione sostanziale di qualsiasi  democrazia, portò infine con Ottaviano Augusto alla creazione dell’Impero. Una valutazione dell’impero romano è cosa complessa che non può basarsi solamente sulla carenza di democrazia. D’altra parte nessun grande impero dell’antichità ebbe un governo democratico. Alcuni secoli dopo la fine dell’impero romano d’occidente istituzioni vagamente assimilabili a quelle democratiche possono essere individuate, specie nella loro prima fase d’esistenza,  nei comuni della fine XI secolo. La fonte del potere infatti apparteneva all’assemblea popolare ed il governo era collegiale. Ma con la nascita delle grandi monarchie europee e l’affermarsi dell’Impero i comuni furono avversati (ricordiamo le lotte con Federico Barbarossa e Federico II) sino a perdere il potere politico che passò alle signorie. Qualcosa che richiamò alla mente l’ideale democratico fu un’opera, oggi famosa, scritta nel 1324 da Marsilio da Padova, il Defensor pacis. Marsilio infatti in aperta polemica col potere assoluto del papa, sostenne che lo stato dovesse essere laico e basato sulla volontà popolare; testo quasi anacronistico per i suoi tempi ma oggi spesso ricordato come uno dei generici precursori di teorie del moderno stato democratico. Uscendo dal Medioevo gran parte delle tendenze politiche si orientarono verso l’assolutismo monarchico. In prima linea viene a porsi Machiavelli che nella famosissima opera Il Principe affermò una concezione  in cui i criteri della  politica  devono essere  totalmente estranei alla morale e ciò che conta, facendo uso di qualsiasi mezzo, è la creazione di uno stato da parte di un principe coraggioso e spregiudicato che con poteri assoluti, cioè senza dover rendere conto a nessuno, governi per assicurare  potenza, efficienza e benessere. Situazione  necessitata dalle gravi condizioni di malessere ed anarchia in cui versava l’Italia e parte dell’Europa; non ignorava infatti Machiavelli che diverso dovesse essere il giusto governo; in un’altra sua opera infatti affermava: che sono migliori governi quegli de’ Popoli che quegli de’ Principi (Discorsi, I, 58). Mentre l’assolutismo si consolidava e si espandeva, la possibilità che potessero esistere forme di governo basate sulla volontà popolare, o comunque alla volontà popolare riconducibili,  non erano però ignorate anche se al momento del tutto inattuabili.
       A Il Principe farà  seguito nel 1576 Les six livres de la République di Jean Bodin che avrà ampia risonanza in tutta l’ Europa. Trattasi di un’opera enciclopedica ed erudita a favore dello stato monarchico, basato sul concetto di sovranità che per essere tale deve essere assoluta, indivisibile e perpetua e non avere pertanto alcun vincolo. Da ciò la ferma opposizione sia ai sistemi  di governo democratici, sia a quelli misti cioè risultanti dalla mescolanza di democrazia, aristocrazia e monarchia. La monarchia però, secondo Bodin non può essere tirannica ma rispettosa delle leggi di natura, riflesso delle leggi divine. In definitiva lo stato assolutista e monarchico proposto da Bodin è  “quello in cui i sudditi obbediscono alle leggi del monarca ed il monarca alle leggi di natura, ferme restando la libertà naturale e la proprietà dei beni”.  
      Una sovranità assoluta e più intransigente di quella di Bodin fu elaborata alcuni anni dopo dall’inglese Hobbes. Negando,contro Aristotele, che la natura avesse inserito nell’uomo l’istinto sociale, Hobbes sosteneva che in un presunto stato naturale originario ognuno per realizzare i propri fini individuali era in continua competizione con gli altri o come egli diceva, notoriamente,  homo homini lupus. A questo punto, prima di procedere in ulteriori considerazioni, due questioni fondamentali meritano d’essere menzionate: sia i teorici delle monarchie assolute, sia quelli successivi degli stati democratici cercarono per vie diverse di dare una legittimazione ai propri sistemi politici partendo da un immaginario stato primordiale di natura che avrebbe preceduto la formazione delle società umane e dei conseguenti strumenti del potere. Ma il loro stato di natura non aveva alcuna base storica, e per le conoscenze dei tempi non poteva averne, si trattava pertanto di pure elucubrazioni dedotte a priori sulla base di ragionamenti apparentemente logici.

 

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 Solo ai nostri giorni, dopo l’introduzione dei metodi scientifici negli studi preistorici, nella paletnologia e nella paleoantropologia, abbiamo un certo numero d’informazioni su alcuni comportamenti delle antiche specie umane iniziate ad esistere a cominciare da 2,5 milioni  di anni or sono. Si può però, prima ancora d’entrare nel merito delle risultanze scientifiche convincersi che in contrasto con l’idea che l’uomo sia un essere artificiale tutto a sé stante, in realtà anch’egli appartiene alla vasta comunità degli esseri viventi; in particolare è un primate affine (tranne che per l’uso della ragione) alle scimmie antropomorfe ed ha molto in comune con esse, ad esempio ha in comune con lo scimpanzé il 98% del patrimonio genetico. Ora si constata che i primati in moltissimi casi vivono non isolatamente ma in gruppi familiari più o meno numerosi e gerarchicamente organizzati. Pur non avendo le suddette conoscenze, Aristotele aveva già intuito che alla base delle società umane vi è un’ innata tendenza istintiva derivante dalla natura dell’uomo. L’opinione di Hobbes risulterebbe pertanto del tutto infondata, ed inventata è la storia della inevitabile ed universale lotta fra i  primi uomini non ancora costituiti in società. In realtà la società umana è congenita alla natura biologica  dell’uomo ed è sempre esistita per assicurare la sopravvivenza  e la perpetuazione della specie. Rispetto ad  un mondo popolato da esseri viventi  ben più robusti e spesso predatori, uomini isolati non  sarebbero potuti esistere, ma la cosa diveniva invece possibile  raggruppandosi ed  unendo le singole forze, cioè stando associati per predisposizione spontanea. E’ evidente che la prima comunità umana fu la famiglia, in grado di far fronte alle necessità primarie ed immediate, seguì la famiglia patriarcale allargata che riunendo singole famiglie aventi legami parentali fu alla base dei primi villaggi neolitici, in cui gli uomini passarono da un’esistenza nomade di caccia e di raccolta dei frutti spontanei ad un’economia prevalentemente basata sull’allevamento degli animali addomesticati ed alla coltivazione di cereali e legumi. Ci si rese poi conto, nelle regioni del Vicino e Medio Oriente, che per avere maggiori produzioni agricole sarebbe stato necessario coltivare campi irrigui e di vaste estensioni, cosa che non poteva avvenire se non con un lavoro comunitario e abbondanza di mano d’opera  (3500-3000 a.C.). La struttura del villaggio neolitico dovette pertanto allargarsi e riorganizzarsi ed un centro di coordinamento e di comando si  rendeva necessario; tale compito fu assunto nella successiva età del rame dal Tempio governato da un potere sacerdotale. Solo il riferimento ad un dio poteva infatti legittimare l’esercizio di tale  potere diretto al sostentamento di tutta la comunità. Aveva così inizio un processo che avrebbe nelle ampie vallate del Tigri e dell’Eufrate (e poi anche del Nilo) prodotto le prime città-stato della civiltà umana. Pertanto non vi fu mai  nessuno stato di natura di uomini inizialmente liberi ed isolati che avrebbero ad un certo punto e deliberatamente costituito la società  con un  contratto sociale  conferente determinati  poteri ad un organismo superiore. Si ha invece sin dall’inizio una società derivante da impulsi genetici finalizzati al bene comune, avente come punto di riferimento il padre più anziano e norme consuetudinarie e spontanee basate essenzialmente sulla reciproca utilità. L’avvento della città templare portò l’inevitabile creazione di un’ organizzazione amministrativa , commerciale e militare, coi primi tentativi di scrittura e l’emergere di élites con competenze specifiche ; si veniva cioè costituendo una  città-stato in cui al potere religioso si sarebbe sempre più affiancato un potere  laico. Questo modello non fu dappertutto uniforme né ebbe luogo nello stesso periodo (anzi in Occidente le città-stato vennero a formarsi qualche millennio dopo e su basi alquanto diverse) ma la sostanza generale e concettuale  di come la società ed il potere statale sin dalle fasi antiche si siano storicamente costituiti permane al di fuori di qualsiasi congettura frutto di sola fantasia.

    E’ pertanto   concezione utopistica ed antistorica quella di un reciproco accordo contrattuale fra gli uomini liberi ed uguali dello stato di natura, avvenuto nel momento in cui essi si sarebbero costituiti in società  sottomettendosi liberamente ad un potere sovrano che fissa leggi, mantiene l’ordine, effettua la difesa, provvede alla giustizia ed ai mezzi di sostentamento. E’ certamente cosa singolare che la teoria dello stato di natura e del contratto sociale siano stati comuni, con esiti completamente opposti, sia ai propugnatori dell’assolutismo sia a democratici come Locke e  Rousseau. Quest’ultimo tuttavia nel suo Contract social, forse rendendosi conto dell’impossibilità di conoscere il comportamento degli uomini in epoche assai lontane, ammette che le sue siano solo ipotesi teoriche per dare un contenuto all’ origine della società, piuttosto che indagini storicamente fondate. Dichiarazione importante perché in tal modo ammette che le basi della democrazia da lui concepita  sarebbero sostanzialmente di derivazione intellettuale e filosofica; ciò non ostante in molte parti della sua opera, complessa e talvolta oscura e spesso di difficile lettura, continua ad  insistere sulla libertà e l’uguaglianza degli uomini allo stato di natura cioè di un’umanità esistita solo a livello ideale. Un’ importante particolarità di Rousseau fu, contro l’opinione di altri illuministi, di rifiutare uno dei pilastri fondamentali dei sistemi democratici cioè la separazione dei poteri dello stato: legislativo, esecutivo e giudiziario, ampiamente teorizzata nell’Esprit des lois di Montesquieu. Altra particolarità, che ci fa comprendere quanto utopistica e metafisica sia in Rousseau la concezione di stato democratico, è quella che ritiene la democrazia realizzabile solo in uno stato costituito da una sola città con assemblee frequenti, partecipate da tutti i cittadini. Insomma qualcosa di simile all’antica democrazia ateniese. Eppure questa utopia  di Rousseau può essere utile ad una riflessione: se la democrazia consiste nella partecipazione del popolo al governo dello stato è evidente che “partecipazione” nel vero senso della parola, cioè il prendere parte attiva al potere decisionale, può esserci solo con una presenza ed un coinvolgimento personale. Nella realtà tutte le democrazie contemporanee sono costrette a realizzarsi attraverso un sistema rappresentativo, cioè eleggendo in vari modi dei rappresentanti che partecipano al governo dello stato. Ciò, anche se inevitabile, altera il concetto originario di democrazia ;  vi è infatti il rischio che i rappresentanti, in numero predeterminato, elettivi e insindacabili, non siano sempre  i portatori di quella che Rousseau chiamava la “volontà generale” ma di interessi particolari   non avendo, come diceva Aristotele, della politica una  concezione sempre basata sulla realizzazione del bene comune. Ma una cosa che è ancora più grave è quella di continuare a ritenere democratici stati privi di indipendenza nazionale e di vera sovranità con una classe politica  corrotta,  asservita e finanziata da potenze straniere. A me sembra indubbio che uno stato che ha ceduto ad altri enti parti consistenti della sua sovranità o ha  aderito ad alleanze che non funzionano su basi paritarie non sia in grado di attuare un sistema veramente  democratico perché si è delegato ad estranei compentenze dei cittadini o dei loro legittimi rappresentanti; la cosa pare evidente ad esempio quando la politica finanziaria e monetaria viene assunta da organismi sovranazionali che agiscono del tutto autonomamente  prescindendo ampiamente dai parlamenti degli stati ed  essendo portatori di interessi che nella sostanza poco hanno a che vedere con  quelli dei popoli. Se è problematica una democrazia in cui i cittadini delegano (e non si potrebbe fare diversamente) a loro rappresentanti i poteri di governo è veramente discutibile se si tratti ancora di democrazia quando nella realtà i cittadini sono di fatto pressoché esclusi dal determinare il funzionamento di certi organismi nazionali e sovranazionali. 

 

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      L’originario concetto di democrazia sintetizzato nel governo del popolo, sin dagli inizi dell’illuminismo viene ad associarsi ad altri  concetti, tra i quali il liberalismo. Gli stati che oggi a torto od a ragione si proclamano democratici con maggior precisione dovrebbero spesso essere definiti liberaldemocratici. Il liberalismo proclama anch’esso libertà di pensiero, di stampa e di religione, la difesa della proprietà privata , il libero mercato e totale autonomia da qualsiasi confessione religiosa, ma concentra tutta la sua attenzione alla tutela dell’individuo riducendo il più possibile le competenze ed il controllo dello stato e lasciando ai privati la gestione della maggioranza delle attività; esso pertanto vorrebbe essere estraneo alla soluzione di problemi sociali  come ad esempio quelli del mondo del lavoro.

      Una delle prime applicazioni della liberaldemocrazia la si ebbe nel 1776 da parte della Virginia dichiaratasi indipendente dall’Inghilterra. Nel giugno 1776 infatti veniva emanata una “Dichiarazione dei diritti” in cui si diceva tra l’altro:

1)     Tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi ed indipendenti avendo diritti innati di cui non possono essere privati, cioè il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà,alla felicità ed alla sicurezza.

2)     Tutto il potere risiede nel popolo e da esso deriva.

3)     Il governo è istituito unicamente per il vantaggio comune.

4)     Nessun uomo ha diritto a privilegi.

5)     I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario devono essere separati.

6)     Vi deve essere libertà di stampa e tolleranza religiosa.

 

 

      Quando le colonie inglesi d’America si resero indipendenti la Dichiarazione d’indipendenza inglobò sostanzialmente la Dichiarazione dei diritti stabiliti dalla Virginia.

        Gli uomini di convinzioni  democratiche non possono a questo punto non essere assai soddisfatti dalla suddetta Dichiarazione vedendo in essa realizzata per la prima volta la  forma di un potere politico presumibilmente conforme al funzionamento di una società libera e giusta. Molti di essi però ignorano, o non ricordano, che la realizzazione pratica di questo sistema  ispirato ai principi di una Dichiarazione apparentemente universale, “ Tutti gli uomini sono per natura….”, presentò subito delle gravi sorprese. “Tutti gli uomini” erano infatti solo quelli di origine inglese, o comunque ad essa assimilabile; non ne facevano parte gli schiavi neri catturati  in Africa né i pellirossa che venivano annualmente eliminati con programmatiche spedizioni militari . Inoltre gli Stati Uniti d’America in circa 245 anni della loro esistenza hanno fatto guerre per circa 228 anni,  guerre quasi tutte  di carattere agressivo. Cose di questo genere non devono stupire perché avevano degli antecedenti; già alle lontane origini della democrazia greca, Atene aveva creato un suo impero marittimo che cercava di tenere unito ad ogni costo con dure azioni repressive e se necessario di sterminio.

      Il 26 agosto del 1789 nella Francia ormai rivoluzionaria veniva promulgata la “Dichiarazione dei diritti  dell’uomo e del cittadino” avente una tendenza più universale di quella americana che ne costituiva tuttavia la base. In particolare si affermava che:

“ gli uomini nascono senza distinzioni sociali, e rimangono tutti liberi ed eguali nei diritti.”

“nessuno può essere accusato, arrestato o detenuto se non nei casi determinati dalla legge, e a questa si deve ubbidire istantaneamente”.

      In maniera sintetica gli ideali della Rivoluzione furono riassunti nel motto: liberté,egalité, fraternité; ciò tuttavia non impedì alla repubblica democratica francese di procedere all’eliminazione fisica di 2-2,5 milioni di individui di cui circa trecentomila ghigliottinati. La qual cosa dovrebbe indurre coloro che intendono valutare con equità un sistema politico  a non illudersi che lo stato perchè “democratico” prenda automaticamente e necessariamente decisioni giuste e non possa commettere azioni efferate. Ciò dipende dal fatto che i principi dichiarati in astratto, che possono essere più o meno condivisi, non hanno in molti casi conseguenze coerenti. L’osservanza e l’attuazione dei principi dipendono dalla volontà degli uomini e questi spesso i principi  li utilizzano solo in maniera strumentale, ad esempio per accusare, anche senza fondamento, altri  che non li avrebbero rispettati. A questo punto dovremmo  chiederci se per ritenere uno stato democratico si debba fare riferimento solo ai suoi meccanismi politici istituzionali o se nello spirito dei diritti dell’uomo non si debbano valutare anche la correttezza dei i suoi comportamenti compresi quelli di carattere internazionale.

 

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       Avviandosi alla conclusione di questo discorso sulla democrazia qualche ulteriore precisazione:

1° La democrazia è un sistema politico affermatosi nel mondo occidentale, strettamente collegato al tipo di cultura che in esso si è sviluppata. Possiamo pensare di aver trovato un sistema politico valido per sempre per tutti i popoli del mondo ma alcuni di tali popoli possono viceversa credere d’avere il diritto di non accettare in tutto o in parte le nostre opinioni avendo già le loro. La pretesa di esportare la democrazia ricorrendo anche a mezzi violenti è un inaccettabile criterio antidemocratico che nasconde in realtà il disegno egemonico di creare un ordine mondiale controllato dalle potenze occidentali. La vera democrazia può infatti realizzarsi solo attraverso un elaborato processo socio-culturale che può essere anche di lunga durata. Opinabile è inoltre concepire la democrazia come un sistema politico in sé del tutto compiuto e definitivo, valido per l’eternità. Una concezione di questo tipo ha palesi caratteristiche dogmatiche come quelle di certe fedi religiose. In altre parole è opinabile che con la liberaldemocrazia l’umanità abbia raggiunto un culmine insuperabile e definitivo del pensiero politico ed economico per cui l’unica cosa utile e saggia sarebbe quella di limitarsi all’indefinita perpetuazione del sistema.

 

2°  Ormai da alcuni decenni il sistema democratico occidentale è in crisi. L’economia e la finanza hanno preso il sopravvento; al posto di liberté, egalité, fraternité si è sostituito efficienza, competizione, profitto. Gli eletti dal popolo spesso solo apparentemente esercitano un potere politico, in realtà essi  sono i mandatari finanziati dalle grandi multinazionali commerciali e bancarie. L’economia soverchia la politica e la maggior parte dei politici è sempre più disponibile  al maggior offerente. La “più grande democrazia del mondo” è in uno stato convulsivo determinato dal potere dei militari, della CIA, dei petrolieri, dei fabbricanti di armi, dei banchieri, tutti in dura competizione fra loro per spartirsi la torta dello stato. La maggior parte delle guerre di questi ultimi decenni sono state portate avanti da quell’aggregato di democrazie occidentali che prende il nome di NATO. I popoli sovrani hanno avuto forse qualche parte in decisioni che hanno provocato milioni di morti ed efferate violenze? La funzione della NATO si è ridotta  al rafforzamento egemonico della “più grande democrazia”. In conseguenza i principi fondamentali di ogni democrazia sono stati sistematicamente violati tra cui la libertà d’opinione. Il sistema liberaldemocratico occidentale ha inventato il “politicamente corretto” cioè delle verità stabilite a priori che tutti devono accettare. Ma chi sono i detentori della verità? La CIA, Beiden, Stoltenberg, la von der Leyn, Draghi, Lilli Gruber, Mentana, Il Corriere della sera, Repubblica, la Rai?

       Abbiamo recentemente  assistito a rettori di università che hanno sospeso corsi si lezioni o allontanato docenti non in linea con tali “verità” ; quotidiani così detti indipendenti che hanno pubblicato elenchi di personaggi non allineati per esporli al disprezzo dei benpensanti;  si è auspicata la creazione di enti pubblici atti a reprimere le idee dei dissenzienti; sono stati chiusi organi d’informazione privati collegati ai grandi canali d’informazione on line.

      Ora sulla libertà d’opinione, come su qualsiasi libertà, bisogna intendersi; non sto sostenendo che deve esistere una libertà assoluta di dire tutto quello che ci pare. Il limite però può essere solo quello stabilito dalla legge  oltre il quale si è in presenza di reato. Si tratta quindi di calunnie, diffamazioni, ingiurie, oltraggi, offese, diffusione di notizie turbative dell’ordine pubblico, procurato allarme. Al di fuori di queste cose ogni cittadino ha il diritto di dire se preferisce Putin o Beiden, se è d’accordo o no con le sanzioni, se è o no a favore dell’euro, se gli Americani debbono continuare ad occuparci o se devono tornare a casa propria, ecc. , senza correre il rischio di essere censurato e discriminato.

 

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      In conclusione dobbiamo prendere atto che la democrazia, soprattutto nel momento attuale, non è un sistema perfetto, ma possiede invece difetti  intollerabili e che la retorica con cui viene continuamente esaltata è spesso funzionale a dare copertura ad interessi poco nobili. Si deve prendere atto che attualmente bisogna guardare alla democrazia, nell’interesse della democrazia stessa, in termini realistici; finchè continuiamo a baloccarci dicendo che essa ha inventato la libertà, i diritti dell’uomo, il libero mercato, il laicismo, lo stato di diritto, il potere del popolo ecc., senza preoccuparci dei riscontri oggettivi  dei principi con la realtà o se crediamo di poterci  consolare affermando che in ogni caso essa è la meno peggiore di tutti i governi possibili, continueremo a lasciare spazio ai forti poteri  sovranazionali che operano per rendere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.

      E allora che fare? Non esiste in tempi brevi alcuna possibilità di cambiare questo stato di cose, anche perché molti stati “democratici”  non dispongono più di una vera e propria sovranità ed inoltre il programmato abbassamento culturale dei popoli non consente di effettuare una rapida azione di risanamento. Bisogna quindi nel presente tenersi questa sgangherata democrazia operando per evitare che peggiori ulteriormente; il cambiamento potrà esserci solo in tempi lunghi se si riuscirà ad attivare un risveglio delle coscienze ed  un rinnovamento culturale basato sui valori di sovranità, identità nazionale, eticità, solidarietà sociale ed internazionale, supremazia della politica sull’economia, cioè tutto il contrario della globalizzazione voluta di chi da solo vorrebbe governare tutto il mondo.

     

 20/05/2005 Giuseppe Occhini

 SIONISTI, STATI ARABI  E PALESTINESI

Questo articolo sarà firmato. Perché dovrei, come hanno fatto alcuni, parlando di Israele, restare nell’anonimato? Forse debbo nascondendomi per tutelare la mia reputazione non essendo sicuro di quel che dico,oppure temendo di  dire cose false?

 

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      Nella seconda metà del XIX secolo sorse soprattutto fra gli ebrei sparsi nell’Europa centrale un movimento essenzialmente politico tendente a creare in qualche luogo del mondo uno Stato ebraico. Verso la fine del secolo Theodor Herzl fu uno degli attivisti più qualificati per la diffusione di tale programma, scrisse il libro Der Judenstaat e nel 1897 fu uno dei principali fondatori del movimento sionista. Si diffuse intanto l’idea che questo nuovo stato dovesse costituirsi in Palestina. Apparentemente tutto si presentava come un’iniziativa innocua, anzi opportuna. Ma una semplice riflessione, prescindendo da qualsiasi altra considerazione, poteva da subito evidenziare che si sarebbe inevitabilmente messo in atto un’ interminabile serie di tensioni, di contrasti e di lotte. Poiché la Palestina non era un paese disabitato ma con una popolazione prevalentemente araba di musulmani e cristiani ed una piccola minoranza ebraica, il  nuovo stato sionista si sarebbe potuto fare solo togliendo territori alle popolazioni autoctone. In che modo? Certamente non con la persuasione; nessuno mai accetterebbe di essere estromesso da casa propria per cederla in tutto od in parte  ad altri. Quindi con la forza, cioè con le minacce, le deportazioni, le devastazioni, i campi di concentramento, le fucilazioni. Qualcuno potrebbe dirmi che sto esagerando perché  si può a priori affermare che i sionisti non avrebbero mai potuto usare questi metodi. La mia risposta è che essi sono tutti documentabili e che sono stati documentati soprattutto da studiosi ebrei non sionisti utilizzando anche gli archivi militari israeliani desecretati  nel 1998. Ma come è stato possibile che gli ebrei sionisti, sopravvissuti a tante tremende persecuzioni, abbiano potuto concepire e mettere in atto tali metodi? La spiegazione a mio avviso  è semplice: gli ebrei sarebbero il popolo eletto a cui Dio ha donato in via definitiva la Palestina, che è ritenuta pertanto una terra di loro esclusiva appartenenza. Dio stesso li autorizzò già una volta a conquistarla sotto la guida di Giosuè. Ecco ad esempio come avvenne secondo la Bibbia la conquista di Gerico:

………il popolo (ebraico)allora penetrò nella città, ciascuno dal lato che aveva di fronte e s’impadronirono di Gerico. E votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, persino buoi, pecore ed asini, tutto passarono a fil di spada.( Giosuè,6,2-7.1).

Ora, se Dio autorizzò l’uso di quei metodi all’epoca della conquista della Palestina, è implicito secondo i sionisti, che  metodi analoghi,  anche se  più aggiornati, possano essere usati nella riconquista.

      Si è sostenuto che i sionisti avrebbero acquistato dagli arabi i territori occupati e che quindi violenze non ce ne furono o comunque  di lieve portata; in realtà le terre acquistate, rispetto a quelle occupate, furono una  quantità alquanto scarsa.

      In tale situazione non è inutile ricordare che una certa parte di ebrei non sionisti fu contraria, e lo è tuttora, alla creazione di uno stato ebraico ritenendola un’ eresia rispetto ad una ben radicata tradizione religiosa secondo la quale il popolo ebraico sarebbe rientrato in Palestina sotto la guida del futuro Messia.

 

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       Al termine della prima guerra mondiale i Turchi che si erano schierati con la Germania e l’ Austria –Ungheria, a seguito di una pesante sconfitta dovettero cedere la Palestina a favore delle potenze vincitrici. Nel 1920 la Società delle Nazioni affidò con un mandato l’amministrazione della Palestina alla Gran Bretagna ed i sionisti attuarono la costituzione dell’Haganà, un’organizzazione militare  clandestina ma che collaborò per un certo tempo con l’amministrazione inglese. Nel 1922 il censimento inglese della Palestina forniva i seguenti risultati:  78% musulmani, 9,6% cristiani, 11% ebrei.

       Già prima del termine della guerra , il 2 novembre 1917, il ministro degli esteri inglese Balfour aveva inviato una lettera a Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista dichiarando che:

 

Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.

 

      Tale dichiarazione costituiva quindi un importante antefatto per istaurare uno stato ebraico in Palestina anche se le modalità con cui esso fu poi realizzato furono ben differenti da quelle auspicate. La situazione però per gli Inglesi si presentò subito complicata infatti durante la guerra essi avevano promesso la Palestina agli Arabi per l’aiuto prestato nella lotta contro i Turchi. La promessa fatta agli Arabi non venne però affatto rispettata perchè mal si conciliava con la dichiarazione Balfour. Nel 1920 mentre la popolazione araba era circa il 90 per cento, iniziava  un’intensa immigrazione sionista, ben più consistente di quella delle annate precedenti, e crescevano sempre più le tensioni con gli arabi (musulmani e cristiani) che si rendevano conto che  s’intendeva modificare la percentuale etnica a favore dei sionisti e che essi rischiavano sempre più di essere gradualmente  estromessi. Dopo una serie di scontri, a cominciare dal 1920  (particolarmente gravi quelli del 1929)  nell’aprile del 1936 il Supremo Comitato Arabo organizzò una grande rivolta che fu dagli inglesi domata anche grazie all’intervento militare dell’ Haganà. Nella dura repressione morirono 5000 arabi, 400 sionisti e 200 militari inglesi. Inoltre furono condannati a morte 120 arabi di cui alcuni impiccati. L’Haganà  si era costituita con la tolleranza inglese e poteva contare su diversi reparti ben armati ed inquadrati da ex soldati ed ufficiali . La costituzione di questi corpi lasciava  intendere che essi sarebbero stati in seguito pronti per effettuare con la forza delle armi l’espulsione degli Arabi dalla Palestina, secondo quanto più o meno palesemente affermato da numerosi capi sionisti. Un’altra organizzazione terroristica che provocò centinai di morti fu l’Irgun finalizzato a colpire diplomatici e militari inglesi ed elementi della popolazione araba.

      Soprattutto a seguito della grande rivolta araba del 1936, gli inglesi, almeno in apparenza, mostrarono di voler mitigare il loro palese atteggiamento a favore dei sionisti conseguente all’ attuazione della dichiarazione Balfour. Nel 1939  dichiararono pertanto che avrebbero consentito la prosecuzione dell’immigrazione solo per altri 5 anni. Le autorità arabe dimostrarono subito la loro totale contrarietà chiedendone invece il blocco immediato; tenendo conto di tutti i sionisti delle  precedenti  immigrazioni, essi  temevano che nel periodo di altri cinque anni  la percentuale della componente etnica araba sarebbe fortemente diminuita.

      Con l’inizio della seconda guerra mondiale la popolazione ebraica mondiale si schierò quasi tutta con gli Alleati. Per reazione e discordanza di interessi molti gruppi arabi furono invece favorevoli all’Asse in quanto un’eventuale sconfitta degli Inglesi avrebbe potuto impedire l’espropriazione di altre terre e la creazione dello stato sionista,

      Al termine della guerra, quando si conobbe l’esistenza della Shoah, si ritenne generalmente che l’effettuazione dello stato sionista in Palestina dovesse essere ormai considerato inevitabile e doveroso atto riparatorio nei confronti degli Ebrei , anzi gran parte dell’ignara popolazione europea credette che tra Shoah e stato ebraico esistesse una stretta correlazione. Molti in effetti ignoravano che il progetto di tale stato risaliva già agli ultimi anni dell’ottocento, che esisteva la dichiarazione Balfour e che emigrazioni  di sionisti  si erano continuamente verificate in Palestina. La sorte di centinaia di  migliaia di Arabi non aveva pertanto nessuna importanza, d’altra parte essi meritavano una giusta punizione per le loro simpatie per l’Asse.

      Il 25 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di dividere la Palestina in due stati e di tenere Gerusalemme sotto controllo internazionale. I sionisti accettarono ad eccezione dell’Irgun e della Banda Stern, un gruppo terroristico sionista responsabile  di un attentato dinamitardo nel Quartier Generale inglese  che aveva provocato la morte di 91 militari (alcuni degli organizzatori dell’attentato diventeranno in seguito ministri del governo d’Israele). L’Irgun e la Banda Stern non volevano assolutamente uno stato arabo e propugnavano, come ancor oggi propugna il governo Netanyahou, la Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate. Gli arabi al contrario avversarono la decisione dell’ONU per i seguenti motivi:

1° Una parte di essi osteggiava totalmente la creazione in Palestina di uno stato sionista realizzato con l’espulsione di abitanti arabi e l’accaparramento delle terre-

2° Lo stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea che era la principale risorsa idrica della zona-

3° La popolazione sionista rappresentando un terzo della popolazione totale avrebbe avuto la maggior parte della terra (ed inoltre di miglior qualità) adducendo la previsione di ulteriori immigrazioni sioniste.

      Gli scontri che in realtà non erano mai del tutto cessati non tardarono a riaccendersi dando una netta prevalenza ai sionisti a cui si erano aggiunti presunti disertori dell’esercito inglese (in realtà militari inglesi a tutti gli effetti). Vasta risonanza ebbe la strage del villaggio di Deir Yassin dove il 19 aprile 1948 furono eliminati 120 arabi ed espulsi 700, ma c’è chi sostiene che il numero reale delle vittime possa arrivare a 250, comprese donne e bambini. Purtroppo dati precisi non è possibile averli anche perché la catasta delle vittime venne bruciata. L’impresa era stata organizzata da Begin che forse anche per questa benemerenza diventerà in seguito primo ministro d’Israele e premio Nobel per la pace.

      La decisione dell’ONU fu seguita da un’ondata di inaudite violenze dei gruppi militari e paramilitari sionisti a cui tentarono di contrapporsi i gruppi armati arabi. Ad accrescere ulteriormente il caos sopraggiunse il 14 maggio 1948 la dichiarazione di fine mandato britannico col relativo ritiro delle truppe. I sionisti che negli anni precedenti avevano aumentato la loro consistenza numerica, ricevuto continuamente finanziamenti da gran parte del mondo ebraico, organizzato gruppi armati con l’inclusione di reduci della seconda guerra mondiale, acquistato armamenti dalla Cecoslovacchia, potevano finalmente avere mano libera. Come prima cosa dichiararono la creazione dello stato d’Israele continuando nel frattempo i combattimenti con gli Arabi. A questo punto, come avevano già in precedenza preannunciato, Egitto, Transgiordania,Siria, Libano ed Iraq entrarono in guerra contro la nuova entità statale. La guerra si concluse  con la sostanziale sconfitta delle truppe arabe non adeguatamente armate, mancanti di coordinamento per i contrasti relativi alla nomina del comandante in capo e per il subdolo comportamento di Abd Allah I di Transgiordania che in realtà non voleva la creazione dello Stato Arabo-Palestinese e sottobanco trattava coi sionisti per questioni di spartizione territoriale. I sionisti avevano eliminato fisicamente gli avversari più intransigenti, messo in fuga centinaia di migliaia di arabi e conquistato una quantità di territori pari al 78% del territorio della Palestina del mandato,cioè il 50% in più di quanto previsto dal piano di ripartizione dell’ONU. Secondo dati dell’ONU 711.000 palestinesi, cioè metà della popolazione araba era stata espulsa dal proprio territorio. Nei primi mesi del 1949 furono sottoscritti armistizi fra Israele ed i vari stati arabi; la Transgiordania grazie al suo comportamento durante la guerra poteva occupare la Cisgiordania; l’Egitto aveva occupato la striscia di Gaza.

      Veniva pertanto a fine guerra a porsi il problema dei profughi palestinesi, senza terra, senza casa, senza lavoro e mezzi di sostentamento, costretti a vivere fino ai nostri giorni in squallide tendopoli, senza alcuna seria assistenza  spesso a mala pena tollerati da diversi stati arabi.

      Una nuova guerra arabo-israeliana scoppiò a seguito della nazionalizzazione del canale di Suez (luglio 1956) attuata dal presidente Egiziano Nasser. Israele in conseguenza attaccò l’Egitto occupando il Sinai e raggiungendo il canale. Dopo il successivo intervento militare di Francia e Gran Bretagna, l’ONU il 9 novembre  ristabilì la pace. Scontri comunque continuarono sporadicamente negli anni successivi specie con la Siria. I Palestinesi da parte loro avevano istituito nel 1964 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina  (OLP)  a cui aderì la formazione paramilitare al Fatah che aveva già effettuato azioni di guerriglia contro Israele.

       La situazione si aggravò di nuovo nel maggio 1967 quando Nasser bloccò gli stretti di Tiran impedendo il traffico navale nel golfo di Aqaba e quindi del porto israeliano di Elat. Israele entrò in guerra il 5 giugno (guerra dei 6 giorni) e proseguì sino al 10 distruggendo gran parte dell’aeronautica egiziana e conquistando territori siriani delle alture del Golan, Gaza, la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme. A questo nuovo conflitto parteciparono anche la Siria e la Giordania.

      Nel 1973, il 6 ottobre, ebbe inizio la quarta guerra fra arabi e sionisti;  un attacco a sorpresa fu effettuato da Siria ed Egitto nel tentativo di recuperare territori persi in conflitti precedenti. In particolare il presidente egiziano Sadat intendeva riprendere la penisola del Sinai. In un primo tempo le truppe arabe ebbero un notevole successo anche grazie all’uso di nuove armi sovietiche ma successivamente l’esercito sionista seppe arginare quella che era parsa l’inizio di una disfatta e passò con successo alla controffensiva malgrado un nuovo apporto di truppe irakene e giordane. Il 22 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU intimava di cessare il fuoco ed avviare trattative che ebbero successivamente luogo a Ginevra nel settembre del 1978; furono fissate le modalità di pace tra Egitto ed Israele  attuando lo scambio di relazioni diplomatiche. I problemi della Palestina e dei Palestinesi furono esaminati ma non portarono a nulla di definitivo per l’opposizione di Israele e non ne fu riconosciuta l’indipendenza nazionale prolungando le tensioni e la conflittualità degli anni seguenti. L’Egitto che aveva effettuato una pace separata e riconosciuto lo stato d’Israele fu espulso dalla Lega Araba e Sadat divenuto impopolare nel mondo arabo, il 6 ottobre 1981 fu assassinato da un estremista per punirlo del tradimento.

 

 

*   *   *

 

 

     In questa serie di guerre che erano a priori prevedibili a seguito della creazione forzata di uno stato sionista nella Palestina, la sorte dei Palestinesi è progressivamente peggiorata. Dopo aver subito bombardamenti, fucilazioni, requisizioni  di beni, distrutti interi villaggi, non avendo abbastanza terre fertili da coltivare, imprigionati e deportati, una gran parte di essi fu costretta a fuggire e rifugiarsi presso stati arabi limitrofi cercando negli anni seguenti di sopravvivere in squallidi campi di profughi con gli scarsi sussidi di organizzazioni umanitarie. Sia essi che quelli che restarono in Palestina nella vana speranza che  si sarebbe prima o poi pervenuti alla creazione di uno stato arabo-palestinese, secondo quanto stabilito dalle deliberazioni dell’ONU, dovettero prendere atto che l’interesse degli stati arabi per loro era spesso solo di facciata e che le guerre degli arabi erano state motivate sopra tutto dal timore che s’istallasse nel Vicino Oriente un nuovo stato moderno e potente in grado di condizionare i loro interessi. Vediamo ora succintamente alcune occasioni, dopo la dichiarazione Balfour, in cui l’ONU affermò il diritto dei Palestinesi ad avere un proprio stato o comunque ad essere soggetti ad azioni di tutela.

- 25 novembre 1947: l’Assemblea Generale  delle Nazioni Unite affermò la divisione della Palestina in due stati  con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

-  22 marzo 1979, risoluzione 446 del Consiglio di Sicurezza: la creazione di insediamenti da Parte di Israele nei territori arabi occupati dal 1967 non ha validità legale e costituisce un grave ostacolo  al raggiungimento della pace. Inoltre Israele deve desistere “di adottare qualsiasi misura tendente a trasferire parti della propria popolazione civile nei territori occupati”.

- 20 agosto 1980, risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza: “ Si censura nei termini più forti la Legge di Gerusalemme, che dichiarando la città di Gerusalemme intera ed unificata come la capitale d’Israele, costituisce violazione del diritto internazionale stabilito dalla Convenzione di Ginevra”.

- 20 dicembre 2016, risoluzione 2334  del Consiglio di Sicurezza:  “ La creazione  di insediamenti  da parte d’Israele nel territorio occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità  legale e crea grave preoccupazione per il fatto che il proseguimento delle attività di insediamento israeliano mettono a repentaglio la fattibilità di due stati basati sui confini del 1967.

      E’ noto che nessuna delle precedenti deliberazioni dell’ONU (insieme ad altre) è stata da Israele rispettata; è noto che il Consiglio di Sicurezza si è limitato a sole enunciazioni di principio che sono state delle vere e proprie beffe non essendo state seguite da azioni impositive. I comportamenti di Israele, che proseguono anche attualmente, basati sulla sistematica violazione del diritto internazionale  ed  aventi la persistente finalità di produrre con violenza e metodi coercitivi una modificazione irreversibile della struttura demografica della Palestina, si configurano come pulizia etnica, cioè come crimini contro l’umanità,e, se Israele non godesse di totale impunità garantita dagli USA ed dai suoi alleati, alcuni dirigenti e i militari sionisti dovrebbero essere sottoposti, come è accaduto per altri casi, al giudizio di un  tribunale internazionale.

      Tale stato di cose è stato inoltre ulteriormente aggravato dal cosiddetto Piano della pace proclamato da Trump il 28 gennaio 2021 alla Casa Bianca. Prescindendo da qualsiasi deliberazione dell’ONU, da qualsiasi trattato internazionale e da qualsiasi consultazione,  il capo di quella che si proclama la più grande democrazia della Terra ha ritenuto di poter imporre in maniera del tutto unilaterale la soluzione dell’annoso problema esistente fra Palestinesi e sionisti d’Israele. Ecco le modalità che la volontà megalomane di Trump vorrebbe imporre alla Palestina:

1° Nessuna trattativa con gli organi di rappresentanza palestinese-

2° Gerusalemme capitale indivisa di Israele lasciando ai Palestinesi solo sobborghi marginali ed includendo nel territorio della capitale anche i luoghi santi degli arabi-

3° I profughi che fuggirono negli stati arabi circostanti non hanno diritto a tornare-

4° Legittimazione degli insediamenti abusivi effettuati dai sionisti in territorio palestinese e quindi automatica loro annessione allo stato d’Israele.

5° Annessione delle terre fertili della valle del Giordano pari al 30% dell’attuale Cisgiordania-

6° Creazione di uno stato palestinese totalmente smilitarizzato ed avente confini esclusivamente con Israele, e da Israele controllati.-

7° Nella demilitarizzazione va incluso anche il disarmo di Hamas e della striscia di Gaza-

8° All’interno dello statarello palestinese dovrebbero anche esistere isole territoriali di appartenenza ad Israele .

9° Messa a disposizione di 40 miliardi di dollari per le infrastrutture necessarie a questo piccolo stato frammentario, fatiscente e senza alcuna sovranità.

      Uno stato palestinese così concepito, cioè senza sovranità, senza esercito, circondato da confini controllati da Israele, può servire solamente all’attuazione di un’apartheid vergognosamente realizzabile col tacito consenso dell’Europa liberale, democratica e dei Diritti dell’uomo.

      Il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Abu Mazen ha dichiarato che “bisognerà resistere in tutti i modi” ma la sua credibilità  è sempre più in calo mentre è in grande aumento quella dei dirigenti fondamentalisti di Gaza che sostengono che la propria terra e la propria libertà va difesa, se necessario anche con le armi.

 

07/06/2021  Giuseppe Occhini

SONO FUGGITI DA KABUL COME FUGGIRONO  DA SAIGON 

 

1- Guerra del Vietnam.

      La storia delle malefatte degli americani si ripete. Invasati dall’idea che tutto il mondo sia obbligato a funzionare come loro vogliono e che tutti debbano assecondare i loro interessi si ritengono autorizzati ad imporre con tutti i mezzi la loro volontà e ad intervenire militarmente anche a costo di produrre disastri e milioni di morti. La giustificazione ufficiale più frequente delle loro imprese militari è la lotta al terrorismo o l’esportazione della democrazia.             

       Prima di parlare della recente fuga dall’Afganistan è opportuno per certe analogie parlare della guerra (persa) del Vietnam. Questo territorio con la sconfitta dei giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale fu in parte  rioccupato dai Francesi che l’avevano in precedenza colonizzata, mentre Ho Chi Minh aveva proclamato ad Hanoi nel settembre del 1945 la Repubblica Democratica del Vietnam controllata dai comunisti. Si determinò pertanto un duro scontro tra le parti che terminò con la totale sconfitta delle forze francesi nella definitiva e disatrosa battaglia di Dien Bien Phu.

      Le cause della sconfitta francese avrebbero dovute essere una riflessione ed un monito per qualsiasi altra avventura consimile; ma la sindrome di onnipotenza e la cronica superficialità della politica americana

non ne tennero conto.

      L’esercito francese discretamente organizzato, con un certo numero di contingenti di buona qualità (paracadutisti e legione straniera), con comandanti professionalmente competenti e l’importante appoggio di unità navali, risultò sconfitto pur avendo combattuto in maniera decisa e spesso ad oltranza. La legione straniera preferì ad esempio farsi sterminare piuttosto che arrendersi. Perché allora i Viet Minh di Ho Chi Min prevasero? Il primo motivo fu che erano fortemente motivati:  difendevano l’indipendenza del proprio paese ed erano fanatizzati dall’ideologia comunista. Il secondo fu che avevano una conoscenza del territorio notevolmente superiore a quella dei Francesi. Il terzo che i soldati Viet Minh avevano capacità di adattamento ambientale migliore e di sopravvivenza con minore quantità di mezzi. Il quarto che il rapporto e l’approccio dei Viet Minh con le popolazioni, della stessa etnia, erano più conformi alla realtà socioeconomica locale. Il quinto infine che essi potevano contare sul sostegno di Cina ed Unione Sovietica.

      Nello stesso anno della sconfitta francese una Conferenza di Ginevra stabiliva la divisione in due del Vietnam: al nord il governo di Ho Chi Minh e a sud il governo filoamericano di Ngȏ Ðinh Diêm. Costui iniziò ad attaccare le residue forze Viet Minh rimaste nel sud provocando da parte del governo di Hanoi la creazione di gruppi armati comunisti che iniziarono ad operare nel delta del Mekong. Inoltre i comunisti nel novembre del 1955 crearono il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) per dare inizio ad un’insurrezione con guerriglia ed atti terroristici. Gli Americani vennero in aiuto di Diêm con un iniziale invio di consiglieri ma nel 1962 essi erano già presenti con 12000 soldati. Presto sorsero dei dissidi con Diêm il quale non intendeva completamente adeguarsi alle direttive degli Americani che volevano gestire la guerra a modo loro. Con una procedura per essi non insolita si accordarono con alcuni generali corruttibili per effettuare un colpo di stato e pertanto Diêm venne assassinato insieme al fratello. Ciò ebbe ripercussioni anche sull’opinione pubblica per quanto attiene l’affidabilità degli Americani ed aumentò i dissidi e le tensioni interne.

      Col nuovo governo fantoccio gli Americani ebbero mano libera di condurre la guerra secondo i loro criteri inconcludenti. Nel 1965 vi erano in Vietnam 184.000 soldati statunitensi, nel 1966 ve ne erano 385.000 e nel 1969 erano arrivati a 550.000. Le truppe comuniste del sud  (Viet Cong) unitamente a quelle dei Viet Minh del nord, pur subendo notevoli perdite, erano in definitiva imbattibili; gli Americani continuavano a ritenere che per vincere una guerra basta disporre di una superiorità di armamenti e non avevano appreso la lezione della sconfitta francese. La guerra si protrasse con un continuo logoramento dell’esercito americano e con crescenti contestazioni all’interno degli Stati Uniti sino ad arrivare, tra il 1972 ed il 1973, dopo confusi tentativi  di pace,, ad una situazione sempre più fragile e drammatica. Infine il Congresso degli USA decise l’annullamento delle sovvenzioni al Vietnam per l’anno 1975-1976. Ciò significava che la guerra si riteneva persa e che l’unica cosa che restava da fare era mettersi in salvo al più presto cercando di portare con sé un certo numero di sudvietnamiti compromessi con l’esercito americano. In effetti, il Presidente Ford e Kissinger erano soprattutto interessati al salvataggio dei militari e dei civili americani.

      Il 30 aprile 1975 le truppe nord vietnamite entrarono a Saigon incontrando scarsa resistenza da parte dell’esercito sudista abbandonato dagli americani fuggiti con un ponte aereo. Nel caos e nella fretta della fuga la CIA lasciò nell’ambasciata l’elenco di 30.000 collaboratori vietnamiti  che catturati, furono a mano a mano tutti eliminati.

      Le cause della disfatta americana furono molteplici: in primo luogo furono le stesse già elencate sopra per la sconfitta dell’esercito francese a cui si aggiunse il discredito nei confronti della popolazione locale verso il  governo fantoccio successivo all’assassinio di Diêm, i dissidi interni fra cattolici e buddisti, la quantità di inutili devastazioni che fecero crollare l’economia locale, il comportamento nei confronti degli abitanti del sud più simile a conquistatori che ad alleati, ed infine la superiore saldezza psicologica, morale e disciplinare dei Vietcong e delle truppe nordiste. Gli Americani riportarono in patria i resti di un esercito demoralizzato, stanco, demotivato, frustrato, con abbondanti casi di drogati e di bisognosi di cure psichiatriche.

      Si può ammettere che in clima di “guerra fredda” il contenimento dell’avanzata comunista fosse necessario, ma tale contenimento fu portato avanti nel modo peggiore. Il comunismo internazionale ne uscì rafforzato avendo dimostrato determinazione ed efficienza e potendo dal punto di vista propagandistico sostenere che esso combatteva per la libertà e l’ indipendenza dei popoli.

 

2-Guerra dell’Afghanistan.

Secondo alcune autorevoli testimonianze i poteri che determinano la politica  degli USA avevano, ancor prima dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 alle due torri del quartiere della Lower Manhattan di New York, programmato una serie di interventi militari diretti o indiretti contro diversi stati del vicino e medio oriente. L’attacco terroristico dell’11 settembre fu pertanto l’evento propizio che venne utilizzato nel momento giusto per dare inizio e legittimazione agli interventi militari in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. L’intervento degli USA e dei loro sudditi-alleati in Afghanistan aveva come scopo reale di garantirsi una presenza militare per opporsi all’influenza russa, iraniana e cinese e impedire il progetto della via della seta. Questo intervento, come tutti gli altri, fu però ufficialmente motivato con la lotta al terrorismo e l’esportazione della democrazia. Fu diffusa l’opinione che autori degli attentati fossero stati dei terroristi kamicaze appartenenti ad al Qaida, l’organizzazione finanziata e guidata da Osama bin Laden. Costui durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan aveva inviato, con la collaborazione degli USA, finanziamenti e combattenti in aiuto ai mujaheddin che combattevano contro le truppe sovietiche impegnate a difendere il governo afghano della Repubblica Democratica Afghana. Quando le truppe sovietiche si ritirarono egli rimase sul territorio e nel 1996   creò l’organizzazione fondamentalista e terroristica islamica che prese il nome di al Qaida. In particolare si alleò con i Talebani i quali avevano in precedenza combattuto contro Tagiki ed Uzbeki. Nell’ottobre 2001  gli USA e la NATO iniziarono a dare supporto militare all’Alleanza del nord costituita dai gruppi afghani ostili ai Talebani. In una fase successiva,dopo aver espulso i Talebani dalla capitale Kabul, le truppe Usa e britanniche intervennero occupando vari tratti di territorio. Lo scopo dichiarato dall’amministrazione americana di Bush era distruggere al Qaida, abbattere l’organizzazione dei Talebani ed uccidere bin Laden. In effetti costui, secondo le autorità militari e politiche degli USA, sarebbe stato ucciso, senza tentare di catturarlo, (i morti  non possono parlare) insieme ad altri tre uomini ed una donna, nella città pakistana di Abbotabad a 50 Km da Kabul. Stranamente il suo corpo non fu fotografato e secondo la versione ufficiale  non fu sepolto ma gettato (frettolosamente) in mare da una nave statunitense. Di scarsa rilevanza osservare che l’azione armata avvenne con palesissima violazione del diritto internazionale all’interno di uno stato sovrano che era completamente ignaro.

      L’eliminazione di bin Laden ebbe una minima importanza ai fini bellici: gran parte del vasto territorio impervio, abitato da 7-8 gruppi etnici spesso in lotta fra di loro, un’infinità di dialetti, un avversario determinato e fanatico ottimo conoscitore del territorio e armato non solo con i residuati di guerra dei tempi dell’invasione sovietica ma (stranamente) con sofisticate armi di produzione statunitense, tutto ciò rendeva i Talebani, malgrado le ingenti perdite, un avversario che rigenerava continuamente le proprie forze  risultando in definitiva imbattibile. Si aggiunga la cronica incapacità degli americani e dei propri alleati di effettuare una strategia lungimirante basata non solo sulla superiorità degli armamenti (e sulla capacità di corruzione) ma anche di tener conto delle situazioni etniche, sociali, religiose e culturali delle popolazioni dei territori occupati. L’incapacità di venire a capo della lotta ai Talebani ebbe come reazione l’aumento di atti di crudeltà e di efferata violazione delle regole umanitarie e del diritto internazionale, da rispettare anche durante gli eventi bellici.

 

     Nel dicembre del 2001 alcune migliaia di Talebani furono fucilati o soffocati nei contenitori trasportati da mezzi militari statunitensi e dell’Armata del Nord.

     Nel marzo 2002 ufficiali della CIA autorizzarono sui prigionieri l’uso della tortura durante gli interrogatori, alcuni dei quali furono effettuati a Cuba nella base statunitense di Guantanamo. Tra i vari tipi di tortura vi era quello denominato waterboarding, che consiste nell’immergere ripetutamente la testa del prigioniero in acqua trattenendolo sino ai limiti della sopravvivenza. La CIA ha dichiarato che tale metodo non può essere denominato tortura.

      Altri crimini documentati furono quelli commessi dalle truppe australiane nei confronti di civili nel periodo 2005-2016 che comportò l’eliminazione tra 1000 e 1300 individui.

      I fatti suddetti, insieme a numerosi altri accaduti in 20 anni di devastante occupazione  dell’Afghanistan, hanno fortemente contribuito ad accrescere l’ostilità delle popolazioni locali con effetti determinanti ai fini della recente sconfitta della coalizione internazionale.

      Quanto sopra riferito non può fare comunque ignorare le concomitanti violazioni del diritto umanitario compiute dai Talebani nei confronti di prigionieri di guerra a di gruppi etnici ostili.

 

3- Conclusioni

 

      Costituzione italiana – Art.11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo  di risoluzione delle controversie  internazionali;……

Dall’articolo suddetto deriva in maniera inequivocabile che l’Italia può effettuare azioni di guerra solamente in caso di difesa o comunque per tutelarsi da gravi minacce o pericoli imminenti. Quali aggressioni,quali atti ostili, quali minacce aveva ricevuto l’Italia dall’Iraq o dalla Libia, quali dalla Siria? Quali interessi italiani venivano compromessi in Afghanistan? Ci siamo sempre supinamente accodati ad un’alleanza scellerata guidata dagli Usa per perseguire interessi non nostri, con la falsa motivazione dei principi umanitari e della lotta al terrorismo, partecipando ad imprese terroristiche che hanno complessivamente causato  milioni di morti e procurato non progresso e democrazia ma distruzioni e disastri.

      Quanti miliardi di euro sono stati spesi dall’Italia per sostenere un’inconcludente guerra americana, finita come quella del Vietnam, in una clamorosa fuga? Quali effetti positivi ha procurato all’Italia il sacrificio di 53 soldati italiani periti in una guerra scellerata?

      Eppure c’è qualcuno che in questa guerra, come in tutte le altre, ha tratto il suo guadagno. Non parlo solo dei politici corrotti ma di tutte le lobbies e multinazionali che per circa 20 anni hanno prodotto armi, munizioni, vettovagliamenti  e realizzato strepitosi guadagni. Bisogna aggiungere i servizi segreti e i  comandi militari che hanno lucrato dal traffico di oppio la cui produzione durante l’occupazione militare è aumentata di 10 volte rispetto al periodo precedente.

 

17/09/2021    G.Occhini

 

L’APPASSIONATA UTOPIA DI SAN CARLO DI GESU’

 

Charles de Foucauld, canonizzato lo scorso anno, monaco nel deserto del Nord-Africa col nome di fratel Carlo di Gesù, in una lettera all’amico e accademico René Bazin, datata 29 luglio 1916, rispondeva alla domanda se i mussulmani delle colonie avrebbero mai potuto un giorno sentirsi cittadini francesi. Il tema è attualissimo: dopo 20 lunghissimi anni di presenza militare della NATO in Afghanistan e cifre immense spese nel controllo militare del territorio come pure in programmi civili di sviluppo e di modernizzazione del Paese, delle sue istituzioni e della sua cultura, i talebani entrano vittoriosi a Kabul. Peraltro bene armati di armi europee e americane (come si vede nei filmati dei TG). Uno sforzo ventennale di “democracy building” (come era solita definirlo un'ineffabile Emma Bonino) si sbriciola nel giro di 72 ore. La “missione” dell’Occidente non ha sortito alcun risultato. In quanto ai media, ci hanno nascosto la gravità estrema della situazione fino all’ultimo giorno. Come è stato possibile questo esito? Saremo capaci di valutare criticamente quello che è accaduto? Credo che una chiave di lettura, certamente “politically uncorrect”, ma che ci viene da un santo che il mondo islamico lo conosceva bene, la si ricavi dal testo che segue (con un piccolo sforzo di attualizzazione). La conclusione di fratel Carlo, evidentemente, non ha più a che vedere con la politica o con i programmi di sviluppo o con la “democracy building”, ha a che fare con la fede e con il senso della vita (le ragioni per cui si vive) che ciascuno trae da ciò che più profondamente e intimamente crede. In cosa crede oggi l’Occidente? A questo livello si colloca la sfida…

«I musulmani potranno diventare veramente francesi? In via eccezionale, sì; ma in maniera generale, no. Molti dogmi fondamentali della religione islamica vi si oppongono. Con alcuni di questi, vi possono essere degli accomodamenti; ma con uno, quello del Mahdi, non c’è spazio di mediazione.
Ogni musulmano crede che, all’arrivo del giudizio finale, arriverà il Mahdi che dichiarerà la guerra santa e stabilirà l’Islam su tutta la Terra, dopo aver sterminato o sottomesso tutti i non-musulmani. All’interno di questa visione di fede, il musulmano considera l’Islam come la sua vera patria e ritiene che i popoli non-musulmani siano destinati, presto o tardi, ad essere sottomessi da lui, o al massimo dai suoi discendenti. Se è governato da una nazione non musulmana, egli considera questa situazione come una prova passeggera; la sua fede lo rassicura che ne uscirà e trionferà su coloro che al momento lo tengono sottomesso. Per questo, i fedeli islamici possono preferire una nazione a un’altra, possono preferire la sottomissione ai francesi piuttosto che ai tedeschi, perché sanno che i primi sono più accondiscendenti che i secondi; possono essere attaccati a questo o a quel francese, come si è affezionati ad un amico straniero; si possono battere con grande coraggio per la Francia, con sentimento d’onore e carattere guerriero, con spirito di corpo e fedeltà di parola, come i soldati di ventura del XVI e XVII secolo. Ma, in un senso più generale e senza eccezioni, finché sono musulmani, essi non saranno francesi, perché attenderanno, più o meno pazientemente, il giorno del Mahdi, quando sottometteranno la Francia. (…) In verità, il solo modo in cui queste persone possono diventare francesi, è che diventino cristiane».

 IL COMPLOTTISMO

    Già in un’altra occasione scrissi che il complottismo è in molti casi un criterio erroneo d’interpretazione della storia del passato e degli accadimenti politici attuali in quanto  fa ricorso troppo frequente ad un presunto susseguirsi di complotti. Ma cosa dobbiamo intendere per complotto? Il tramare, il congiurare, il progettare segretamente per poi dar seguito ad  azioni illegali o criminose a danno di qualcuno, istituzione o persona; ad esempio mettere a punto un piano per assassinare un personaggio scomodo, sia esso un esponente politico, un capo di stato, un generale, uno scienziato, un imprenditore, un capo religioso ecc. Oppure finanziare ed armare gruppi terroristici  di uno stato per rovesciare forzosamente il suo governo. Si tratta in ogni caso di un’attività riprovevole, contraria alle norme di ogni diritto e che fa ricorso assai spesso all’uso della violenza e della menzogna. Complottismo è pertanto spiegare determinati avvenimenti come conseguenza di complotti quando complotti non ce ne sono stati.

     Ciò premesso, sarebbe però fuorviante e contro ogni evidenza rifiutare in maniera assoluta l’esistenza dei complotti, ovvero attribuirli solo a quelli che (spesso senza fondato motivo) riteniamo nostri nemici e responsabili di ogni nefandezza, mentre neghiamo sistematicamente che essi appartengano anche al nostro operato e a quello di chi  (spesso senza fondato motivo) dichiariamo nostri amici.

     Sin dall’antichità abbiamo casi clamorosi di complotti; chi non ricorda la congiura di Catilina? E complotti furono anche l’uccisione di Cesare e  di Cicerone e  successivamente tante uccisioni di imperatori romani. Si potrebbe continuare ad elencare fatti del Medio Evo e del Rinascimento, ma per non essere troppo prolissi saltiamo all’età contemporanea. Possiamo cominciare con l’assassinio del presidente americano Abramo Lincoln nel 1865 da parte di proprietari terrieri del sud ritenutisi danneggiati dalla proclamazione della libertà degli schiavi, per arrivare, dopo una serie di uccisioni di altri presidenti di questa singolare democrazia, all’assassinio  del presidente Kennedi e di suo fratello Robert. Passando all’Europa possiamo ricordare il complotto che portò in Austria nel 1934 all’assassinio di Dollfus a seguito di losche trame tra nazisti tedeschi e filonazisti austriaci determinati a realizzare l’anschluss, cioè l’annessione dell’Austria alla Germania. Si potrebbero aggiungere i complotti con conseguenti attentati falliti (almeno sei) organizzati da gruppi di fuoriusciti antifascisti residenti in Francia per eliminare Mussolini negli anni compresi fra il 1920 ed il 1932; questa inclusione troverebbe però motivo di critica da parte di eventuali antifascisti contemporanei perché ho inizialmente scritto che un complotto è tale se persegue azioni illegali o criminose mentre nel caso specifico si sarebbe trattato, dal loro punto di vista, di azioni benemerite. Lo stesso discorso vale per il fallito complotto del 20 luglio 1944 attuato da un gruppo di ufficiali tedeschi per eliminare Hitler. Nel 1952 un complotto di ufficiali egiziani, tra cui il colonnello Nasser,  estromise il re Faruk che trovò asilo in Europa. Analogamente nel 1969, un gruppo di ufficiali libici, tra cui Mui ”ammar al-Qaddafi,con un complotto da tempo preparato, fecero un colpo di stato contro il re Idris e proclamarono la repubblica. L’uccisione il 20 ottobre 1911 di al-Qaddafi fu il risultato di un altro complotto avendo egli in modo alquanto ambizioso ed arrogante, voluto mettere in atto una politica internazionale libera dal gioco delle grandi potenze. In particolare aveva stretto un’alleanza commerciale che avrebbe dovuto dare una posizione preminente all’Italia e cosa ancora più grave stava tentando di creare con la partecipazione di tutti gli stati africani una moneta alternativa al dollaro. Francia e  Gran Bretagna ritennero che i loro interessi preminenti nell’accaparramento del petrolio libico potessero andare incontro a difficoltà mentre gli USA non potevano accettare la sostituzione del dollaro con una moneta unica africana sia per motivi economici che per una considerazione di prestigio in quanto il Paese egemone, che ha diritto di guidare l’ordine mondiale, non può consentire a nessuno che si ignorino le sue prerogative. Pertanto i suddetti stati si accordarono per eliminare una volta per tutte chi riteneva di non doversi curare dei potenti del pianeta e, secondo una logica già in altre occasioni utilizzata, decisero di eliminare il personaggio scomodo. La tecnica è stata la solita da una decina di anni: in linea di massima non esiste uno stato dove non esista per  motivi  disparati un’opposizione più o meno consistente contro il  governo; pertanto si fa leva su queste opposizioni finanziandole, corrompendone i capi, eccitandone lo spirito di rivalsa, per provocare proteste di piazza che  creano problemi di ordine pubblico che il governo non può ignorare. Si passa poi alla fase della protesta armata e la polizia è costretta a sparare. Coloro che hanno ordito il complotto hanno nel frattempo preparato con la propaganda l’opinione pubblica internazionale prospettando la necessità d’intervento armato per motivi umanitari, perché quel governo, quel dittatore, quel tiranno, quel macellaio sta massacrando il suo popolo. Nel caso della Libia , dove non si poteva chiamare in causa lo stato di povertà della popolazione che godeva di un discreto benessere ed un reddito pro capite fra i più alti dell’Africa si fece ricorso all’antica contrapposizione fra Tripolitania e Cirenaica ed alle invidie verso le tribù più vicine al Rais. Per rendere sicura la sconfitta di al-Qaddafi e garantirsi la sua eliminazione fisica, Francia,Gran Bretagna ed USA intervennero, come è noto militarmente, costringendo l’Italia a partecipare, allo scopo di dimostrare che chi fa una politica estera fatiscente ed accetta il ruolo di stato a sovranità limitata non deve prendere iniziative.

   Le cosiddette primavere arabe, poco credibilmente spacciate come irrefrenabile esigenza di democrazia, furono progettate dagli USA diversi anni prima del loro verificarsi. Il nuovo disegno imperialistico necessitava infatti che si passasse da stati amici, ma con una loro notevole autonomia, a stati a pieno controllo con governi di stretta osservanza filoamericana, operando se necessario con atti di forza alla eliminazione dei governi irriducibili, come si era già fatto con Saddam Hussein. Questo progetto di sovvertire totalmente la situazione politica degli stati arabi del Mediterraneo del sud e del medio oriente ha trovato riscontri anche  nelle interviste e nelle dichiarazioni di personaggi appartenuti alle vecchie amministrazioni USA; non si tratta quindi di elucubrazioni di terrapiattisti, di raeliani, di veteromarxisti o di nazisti.

   Una parte del maxicomplotto a cui aderirono Francia, Inghilterra, Turchia, Arabia Saudita, Emirati, Israele e Qatar ha riguardato  la Siria.  La setta fondamentalista dei Fratelli Musulmani già dal 1979 aveva tentato di organizzare rivolte; nel 1979 ad Aleppo uccisero 32 cadetti alauiti e nel 1980 organizzarono ad Hama un’insurrezione che fu duramente repressa dall’esercito. Il tutto con l’appoggio della CIA e la complicità delle ambasciate di Francia, Inghilterra ed USA. Gli stessi Fratelli Musulmani sono attualmente una delle componenti importanti  dell’opposizione ad Asad; cosa vogliono i Fratelli Musulmani di Siria presentati attualmente all’opinione pubblica occidentale come “oppositori democratici”? In primo luogo vogliono estromettere tutti gli Alauiti (che è il gruppo religioso a cui appartiene Asad) dai posti del potere politico, dalla pubblica amministrazione, dall’esercito, dalle università, ed istaurare un proprio metodo di governo. In secondo luogo vogliono un sistema costituzionale fondato sulla legge islamica cioè sulla sharia, ovviamete interpretata ed attuata secondo una concezione fondamentalista. In pratica: poligamia, velo obbligatorio per le donne, possibilità di ripudio, separazione dei sessi dalle scuole elementari all’università e negli uffici pubblici e soprattutto limitazioni alla libertà religiosa dei non musulmani, in particolare dei cristiani. In definitiva cittadini possono essere solo i musulmani; gli altri sono ospiti temporanei o sudditi. Quanto poco abbiano costoro a che spartire con la democrazia  è evidente ma agli ignari Europei  sono stati presentati come oppositori democratici che lottano per la libertà contro il macellaio di Damasco.

   Concludendo, ho elencato alcuni dei casi di complotto più evidenti che dimostrano che se è necessario essere prudenti nell’individuare fatti che possono essere classificati come complotti, ciò non ostante essi non sono una rarità ma acquistano sempre più importanza nella prassi politica contemporanea, soprattutto degli stati occidentali.

24/02/2021  Giuseppe.Occhini                                                                                                                     

                   

 

 SOLEIMANI ASSASSINATO DA TRUMP PERCHÉ COLPEVOLE DI :

  • Aver portato aiuto al legittimo governo della Repubblica Siriana
  • Aver combattuto con grande successo contro l’Isis
  • Aver impedito le crocifissioni o il taglio della testa a centinaia di cristiani perseguitati dai terroristi
  • Aver bloccato in Siria ed Iraq il traffico della droga protetto dai servizi segreti occidentali.

15/01/2020                             Giuseppe Occhini

 

                    

ASSASSINANDO SI ESPORTA LA DEMOCRAZIA

 Il Segretario di Stato americano, Mike pompeo,ha tenuto giorni fa all’Università di Standford una conferenza dal titolo: The Restoration of Deterrence:The Iranian Example. In tale conferenza è emerso che l’assasinio di Soleimani fa parte di una nuova strategia di “deterrenza preventiva” che d’ora in poi sarà applicabile dagli USA contro qualsiasi paese potenzialmente nemico degli Stati Uniti, in primis, contro Cina, Russia, Cuba, Venezuela, Nicaragua, Siria.

In altre parole, abolita in via definitiva l’inutile osservanza delle norme di diritto internazionale, le attività in campo diplomatico, le regole dell’ONU, gli USA affermano che chi contrasta la propria supremazia  mondiale sottopone i membri del proprio governo o i propri capi militari al rischio di essere eliminati.

In definitiva i sistemi sino ad oggi adottati solo dai gangsters diventano per gli USA applicabili alla politica estera e militare.

19/01/2020 Giuseppe Occhini

 

Ancora equivoca e subdola la politica turca

Dopo che si è consentito alla Turchia di fornire importanti aiuti economici e militari all'Isis senza esprimere alcun dissenso e senza aver preso alcun serio provvedimento, tenuto anche conto che essa è membro della NATO, oggi tutta la stampa occidentale dà ampio risalto al suo intervento militare in Siria ed Iraq.

Mentre da parte di alcune testate si cerca di minimizzare il precedente comportamento della Turchia definendolo  "scarso contributo" alla lotta all'Isis, ora  si fanno ampi elogi all'intervento definendolo fondamentale nella lotta contro il fondamentalismo islamico. Ci si può chiedere qual'è il motivo del cambiamento di atteggiamento della Turchia e si può rispondere subdolamente che ciò è stato   conseguenza delle sollecitazioni americane e di alcuni attentati verificatisi recentemente nel suo territorio. La verità è invece differente ed è stata, come al solito, ben  mistificata per un pubblico occidentale abituato a recepire  panzane.

La Turchia, intervenedo con l'aviazione in Siria ed Iraq con lo scopo dichiarato di combattere l'Isis , in realtà intende avere delle occasioni per colpire le formazioni curde che allo stato attuale si sono rivelate, insieme alle truppe di Asad, lo strumento più efficace per combattere l'Isis e gli altri gruppi terroristici. Tutto ciò avviene con la benedizione USA che tollera la politica repressiva verso i Curdi in Turchia ed approva le azioni militari contro il Pkk in Iraq.


In definitiva non si dà  nessuna seria prospettiva politica alla lotta dei Curdi per la loro sopravvivenza etnica, si lascia che siano perseguitati e combattuti  dai Turchi,  si continua a fornire armi ai ribelli siriani e si vuol contemporaneamente far credere di contrastare l'Isis.

Come può essere  possibile fare una cosa e nello stesso tempo il suo contrario ?

La risposta sta nei torbidi ed inconfessabili interessi portati avanti dalla politica criminale dei paesi occidentali; il sospetto che gli USA non abbiano serie intenzioni di combattere l'Isis in sé e per sé ma solo per costringerla a rendersi disponibile ad assecondare i loro interessi ed a sbarazzarsi di Asad diviene pertanto sempre più fondato.
 

Puntualizzazioni e commenti - Giugno 2015

I principi umanitari dovrebbero essere fra quelli basilari della nostra civiltà; putroppo di essi si fa spesso un uso perverso per  conseguire finalità inconfessabili.  Si organizzano sommosse con gruppi dissidenti all'interno di uno stato che si vuol destabilizzare, quando poi la polizia e gli altri organi di sicurezza intervengono e di fronte ai manifestanti che sparano  sono costretti a loro volta a sparare si parla di feroce repressione. Il governo di quello stato viene allora definito dittatoriale e si interviene direttamente o indirettamente con il falso alibi delle motivazioni umanitarie.

L'adozione di iniziative umanitarie, quando non riguardano l'operato del singolo ma quello di un organismo pubblico , non possono, come purtroppo spesso accade, essere intraprese in maniera indiscriminata. Uno stato ha  infatti il dovere istituzionale prevalente di tutelare i legittimi interessi dei propri cittadini e non può pertanto intraprendere iniziative "umanitarie" che collidano fortemente con tali interessi. Non dovrebbe pertanto accadere che le frontiere siano cancellate, che un numero indiscriminato di profughi vi possa avere accesso senza  alcun documento di riconoscimento, senza indicare il luogo di provenienza  e senza menzionare l'organizzazione che ha consentito l'espatrio.

L'espediente di dichiararsi rifugiati politici ha successo perchè  la vigente normativa di fatto impedisce di verificare se esistono  i reali requisiti. In tal modo l'umanitarismo si è trasformato in un irresponsabile pietismo progressista che finge di non vedere a quali gravi conseguenze si va incontro.

Ci si accorge  oggi, con atteggiamento farisaico, che l'immigrazione senza controlli ha dato la possibilità d'introdurre in Europa un elevato numero di potenziali terroristi. Nulla però si fà  per porre un freno a questo stato di cose. Perchè? Perchè il traffico di immigrati è un'attività redditizia; redditizia per le cosche criminali colluse con il potere politico e quindi redditizia anche per certi politici. Chi si accaparra i soldi degli immigrati in parte sono gli scafisti, in parte le organizzazioni terroristiche islamiste, in parte i basisti europei che smistano e indirizzano i flussi migratori. Le organizzazioni  pubbliche e private dal canto loro  incassano soldi dello stato, che solo in parte vengono spesi per le opere assistenziali a cui sarebbero  destinati.       

Aggiornamenti dalla Siria

L'Isis continua malgrado i bombardamenti USA ad avere armi e munizioni. Da chi? Da chi sino ad oggi le ha sempre rifornite: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Francia e CIA. Diciamo CIA e non USA essendo questa non solo un organismo predisposto alla sicurezza ed allo spionaggio ma, ormai da tempo, un corpo di fatto a se stante che opera con la copertura di potenti lobbies, comprese quelle che producono e commerciano clandestinamente armamenti, prendendo per proprio conto iniziative destinate a restare nell'ombra e svolgendo pertanto una propria politica estera e militare parallela a quella del governo.

Stando così le cose l'Isis, in leggera crisi in Irak continua ad avanzare in Siria dove malgrado le inaudite atrocità (comprese quelle recenti nel campo profughi di Yarmuck) non viene minimamente contrastata dalle forze della cosiddetta coalizione guidata dagli USA. Le atrocità infatti sono ritenute giustificabili se chi le commette è un avversario di Asad.
* * * * *

Gli sforzi dell'inviato dell'ONU, Staffan De Mistura, di trovare una soluzione alla guerra civile
siriana, o più modestamente di pervenire a tregue temporanee e limitate, per esempio ad Aleppo,e consentire iniziative umanitarie nei confronti della popolazione civile, sono stati vanificati dalle truppe ribelli , dalla miriade di bande Jadiste e dai tagliatori di teste che su istigazione di Turchia ed Arabia saudita hanno respinto qualsiasi proposta.

I Turchi già sterminatori degli armeni ed oppressori dei curdi non hanno infatti scrupoli a far continuare il massacro delle popolazioni siriane e scrupoli non ha nemmeno il democratico re saudita a cui preme innanzitutto lo sterminio di sciiti ed alauiti. Gli uni e gli altri concordano sulla necessità di eliminare Asad che cerca d'impedire i loro progetti criminali. Gli USA d'altra parte non se la sentono di mettersi in contrasto con degli affezionati alleati e la loro realpolitic non tiene in gran conto la tutela delle vite umane; anch'essi quindi contribuiscono a sabotare l'operato di Staffan de Mistura ed ogni iniziativa dell'ONU contrastante con la loro pretesa di egemonia mondiale.
* * * * *

Papa Francesco ha avuto il coraggio di prendere sul genocidio degli Armeni finalmente una posizione chiara pur sapendo le conseguenze che ne sarebbero derivate. Alla base del suo intervento vi è stato il concetto che la verità va proclamata a prescindere da qualsiasi posizione opportunistica.

Data la portata dell'intervento e la risonanza che avrebbe avuto e le prevedibili tensioni che sarebbero sorte con lo stato fondamentalista turco, non si può minimamente supporre che si sia trattato di un' iniziativa improvvisata da un papa esuberante, nè si può ritenere che il fatto sia avvenuto all'infuori di una strategia politica del Vaticano. Inoltre è assai probabile che ci possa essere stata una correlazione tra la recente visita del papa in Turchia e quanto poi è accaduto.

La sortita del papa avviene mentre da più parti si fanno pressioni per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Lo vogliono gli USA ed alcuni stati europei, come l'Italia, pedissequamente allineati con la politica estera americana. L'ingresso della Turchia in Europa avrebbe infatti la finalità di rafforzare all' interno di essa le tendenze filoamericane; in altre parola il controllo USA sull' Europa con la presenza della Turchia, suo fedele e ben armato alleato, avrebbe un ulteriore rafforzamento. D'altra parte l'entrata nella UE della Turchia che, tranne una ben piccola parte, non è geograficamente europea e tanto meno lo è culturalmente, ha come secondo scopo di constituire un antecedente per consentire subito dopo l'adesione dello stato sionista d'Israele.

Se si osserva da vicino la politica della Turchia si constata non solo il diniego di riconoscere il genocidio degli Armeni , ma anche altri fatti deplorevoli:

a) La dura repressione nei confronti della minoranza curda a cui si interdice l'uso della lingua e di cui si nega anche l'esistenza di una cultura nazionale.

b) Le limitazioni alla libertà religiosa creando crescenti difficoltà ai gruppi cristiani ed ebraici.

c) La carenza di tutele e di possibilità di difesa nel diritto penale per "reati" politici.

d) Il sostegno sia palese che recondito ai gruppi fondamentalisti e terroristici che in Siria ed Iraq
massacrano cristiani e sciiti e devastano chiese e moschee.

In tali condizioni papa Francesco mentre ha rimarcato la responsabilità morale di un sistema di governo che si ostina a non riconoscere quello che è stato definito il primo genocidio dell'epoca contemporanea, ha indirettamente e senza nominarle richiamato l'attenzione su tutte le gravi controindicazioni che sussistono per l'ingresso della Turchia in Europa, il cui scopo è solamente quello di favorire le mire scellerate degli USA e della NATO.

Puntualizzazioni e commenti

I principi umanitari dovrebbero essere fra quelli basilari della nostra civiltà; putroppo di essi si fa spesso un uso perverso per  conseguire finalità inconfessabili. 

Si organizzano sommosse con gruppi dissidenti all'interno di uno stato che si vuol destabilizzare, quando poi la polizia e gli altri organi di sicurezza intervengono e di fronte ai manifestanti che sparano  sono costretti a loro volta a sparare si parla di feroce repressione. Il governo di quello stato viene allora definito dittatoriale e si interviene direttamente o indirettamente con il falso alibi delle motivazioni umanitarie.

L'adozione di iniziative umanitarie, quando non riguardano l'operato del singolo ma quello di un organismo pubblico, non possono, come purtroppo spesso accade, essere intraprese in maniera indiscriminata. Uno stato ha  infatti il dovere istituzionale prevalente di tutelare i legittimi interessi dei propri cittadini e non può pertanto intraprendere iniziative "umanitarie" che collidano fortemente con tali interessi.

Non dovrebbe pertanto accadere che le frontiere siano cancellate, che un numero indiscriminato di profughi vi possa avere accesso senza  alcun documento di riconoscimento, senza indicare il luogo di provenienza  e senza menzionare l'organizzazione che ha consentito l'espatrio. L'espediente di dichiararsi rifugiati politici ha successo perchè  la vigente normativa di fatto impedisce di verificare se esistono i reali requisiti.

In tal modo l'umanitarismo si è trasformato in un irresponsabile pietismo progressista che finge di non vedere a quali gravi conseguenze si va incontro. Ci si accorge  oggi, con atteggiamento farisaico, che l'immigrazione senza controlli ha dato la possibilità d'introdurre in Europa un elevato numero di potenziali terroristi. Nulla però si fà  per porre un freno a questo stato di cose. Perchè? Perchè il traffico di immigrati è un'attività redditizia; redditizia per le cosche criminali colluse con il potere politico e quindi redditizia anche per certi politici.

Chi si accaparra i soldi degli immigrati in parte sono gli scafisti, in parte le organizzazioni terroristiche islamiste, in parte i basisti europei che smistano e indirizzano i flussi migratori. Le organizzazioni  pubbliche e private dal canto loro  incassano soldi dello stato, che solo in parte vengono spesi per le opere assistenziali a cui sarebbero  destinati.

Propaganda e giornalismo

Quante centinaia di migliaia di civili, e quindi quante decine di migliaia di bambini, sono morti in Europa durante la seconda guerra mondiale a seguito dei bombardamenti anglo-americani? Morti non  perchè le bombe che venivano lanciate  non fossero  intelligenti  ma perchè oltre agli obbiettivi s'intendeva deliberatamente uccidere anche i civili.

Lo scopo non era recondito ma era palesemente dichiarato ed era quello di terrorizzare la popolazione in modo da indurla a far cessare a tutti i costi il proseguimento della guerra.
Oggi si assiste in Siria ad una guerra con morte di numerosi civili e quindi anche di bambini. Ma si può pensare di scatenare un'insurrezione da combattere essenzialmente dentro i centri abitati uccidendo solo militari? I Fratelli Musulmani di Siria e gli altri gruppi fondamentalisti, sobillati, finanziati ed armati dagli USA e loro alleati hanno forse la prerogativa di combattere dentro le città, anche con mezzi pesanti, senza uccidere nessun civile ? I civili sono ammazzati esclusivamente dalle truppe di Assad, presentato alla credulona opinione  pubblica occidentale come una specie di orco che ogni mattina decide quanti bambini assassinare ?


Infine si scopre che anche durante i bombardamenti  americani contro il  "califfato"  vengono uccisi dei civili  e dei bambini, ma siccome gli americani sono i buoni  tutto ciò va considerato come un inconveniente  giustificabile e necessario.


Le deprecazioni e le deplorazioni per le stragi criminali compiute dall'ISIS si ripetono giorno dietro giorno ed i commenti degli organi d'informazione occidentale, privi di reale conoscenza dei problemi e finalizzati ad una propaganda politica tendenziosa, sono sempre gli stessi: le forze del male scatenate dal fanatismo religioso devono essere sgominate e spetta alla coalizione dei buoni, guidati dagli USA, assumere questo compito.

In tal modo si sorvola, e si cerca di far dimenticare ad una pubblica opinione di disattenti , due fatti che non possono essere sottaciuti: in primo luogo si deve tener presente che l'ISIS si è costituito con la fusione di varie bande finanziate ed armate dai paesi occidentali, dalla Turchia,dall'Arabia Saudita e dal  Qatar e rinfoltite dall'apporto di gruppi terroristici libici e di migliaia di europei a cui è stato consentito impunemente il transito e l'accesso in Siria; in secondo luogo non si deve dimenticare che, prima ancora che l'ISIS si costituisse, eccidi di vario genere erano stati effettuati sia da parte di gruppi islamisti che decapitavano e crocifiggevano sciiti e cristiani sia da parte dell'esercito degli insorti che fucilava ( e tuttora fucila) i soldati lealisti catturati. In  questi casi però nessuno scandalo e nessuna deplorazione perchè qualsiasi mezzo è lecito per combattere contro la Siria di Asad, questo mostro che non accetta il nuovo ordine mondiale.


Le torbide vicende di Vanessa Marzullo e Greta Romelli hanno evidenziato ancora una volta gli intrighi, le omertà, le complicità, le ipocrisie, i depistaggi, in cui sono stati coinvolti, in questa vicenda come in altre, i servizi di sicurezza italiani e le autorità di governo. Senza entrare nel merito  delle responsabilità specifiche di queste due ragazze impropriamente definite "cooperanti" e bonariamente presentate come sprovvedute ed ingenue, resta il fatto inoppugnabile che in Italia ed Europa chiunque vuol recarsi in Siria per /dare una mano/ agli oppositori del governo di Assad può farlo in piena libertà e senza alcun controllo; le frontiere turche sono sempre disponibili al transito ed al rifornimento, anche di armi, di qualsiasi Jiadista, di qualsiasi terrorista e di qualsiasi  sprovveduto che vada ad ingrossare le schiere degli oppositori al regime siriano.

Discriminare in queste schiere quelle buone  e quelle cattive è un puro sofisma come dimostra il caso ISIS  in cui varie bande, in un primo momento ritenute affidabili, e pertanto abbondantemente finanziate ed armate, si sono successivamente fuse e rese autonome per costituire il Califfato. Deve essere comunque chiaro che un califfato ( o qualcosa di molto simile) è anche nei progetti dei ribelli siriani che sono senza eccezioni appartenenti ai gruppi fondamentalisti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti.

E' pertanto una grande bugia affermare che gli oppositori siriani al regime di Assad si battano per la democrazia; essi si battono contro lo stato laico per introdurre la sharia che comporta la perdita di cittadinanza di quanti non siano musulmani e forti limitazioni alla libertà religiosa. Vanessa Marzullo e Greta Romelli, come dimostrano foto di manifestazioni di piazza,erano in Italia attiviste fanatiche della lotta ad Assad e palesi simpatizzanti dei gruppi fondamentalisti. Il maggior apporto da esse  dato, non sono state le presunte collaborazionu umanitarie ma l'oneroso prezzo del riscatto (si parla di 10-12 milioni di euro) versato dallo stato italiano che in tal modo ha dato un apprezzabile contributo al potenziamento dei criminali Jiadisti.
 

Subdoli, equivoci ed inconcludenti interventi armati in Siria ed Irak da parte di USA e consociati.

Per fare il punto dell'attuale situazione del Califfato in Siria ed Irak è necessario basarsi su alcuni incontrovertibili dati di fatto:
1°- Le truppe del califfato sono costituite da jadisti appartenenti a varie bande islamiste che sono state finanziate ed armate da Usa, Francia, Turchia, Qatar ed Arabia Saudita allo scopo di tentare di abbattere il governo siriano di Assad.

2°- Tutte le atrocità  commesse da queste bande in Siria contro cristiani e sciiti, sono state per tanto tempo cinicamente ignorate o ritenute irrilevanti  perchè nella logica criminale degli USA e dei loro alleati  quel che conta è la guerra contro Assad.

3°-  Pertanto si sono lasciati partire dall'Europa miglia di volontari per confluire nelle schiere di coloro che sono stati ritenuti criminali solo dopo le decapitazioni di alcuni americani.

4°- Le bande armate anti- Assad, rinfoltite e rifornite di potenti e sofisticati armamenti di provenienza occidentale, si sono ad un certo punto ritenute così forti ed organizzate da costituire un proprio stato indipendente con la conquista di  territori della Siria e dell'Irak.
 
A questo punto USA e consoci si sono accorti che la situazione era loro sfuggita di mano e non riuscivano più a controllarla.  I provvedimenti presi per un'azione di contrasto sono risultati però contradittori,  subdoli e potenzialmente in grado di non risolvere ma di aggravare ancor più la situazione.
Infatti mentre si crea una consociazione d'intervento internazionale   si deve prendere atto che al proprio interno ci sono gli stati che alla formazione del Califfato  hanno   fornito ogni sorta di mezzi economici e militari. Il rischio è che Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Giordania,ecc., mentre ufficialmente partecipano ad azioni di contrasto sotto banco tendano a sabotarne i risultati  continuando  a fornire  clandestinamente al Califfato i mezzi necessari per resistere.
Un secondo aspetto che avevamo già evidenziato in una  precedente occasione riguarda l'intervento di bombardieri USA in Siria. Questo è avvenuto senza l'accordo con il governo di Damasco e pertanto in palese violazione del diritto internazionale. Ma l'intervento è illegale anche per un altro motivo:  in questa, come in precedenti  occasione, gli USA hanno messo insieme una coalizione internazionale senza alcun mandato dell'ONU. E' ormai sotto gli occhi di tutti che gli USA si ritengono, mentre parlano di democrazia  di giustizia e libertà, completamente svincolati dal diritto internazionale e dal rispetto della normativa ONU. La potenza economica e militare che essi detengono li autorizza a stabilire chi sono i buoni e i cattivi ed a porsi (come ripetutamente in questi giorni ha detto Obama) alla guida del mondo ; chi non approva va eliminato.

Come era  facile prevedere, e come avevamo in precedenza previsto, i bombardamenti illegali sulla Siria  hanno provocato le dure reazioni di Iran e Russia.
Il governo iraniano ha dichiarato che non intende unire le proprie forze militari con quelle della coalizione  in quanto vi sono fondati indizi per ritenere che il fine recondito ed effettivo non sia tanto di combattere il Califfato quanto di portare la guerra in Siria per poi abbattere Assad.
Il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrof, ha recentemente dichiarato all'Assemblea generale dell'Onu che i bombardamenti in Siria senza il consenso del governo siriano è una violazione del diritto internazionale e che il vero scopo degli USA è quello di perseguire nel Medio Oriente i propri interessi, non di riportare la pace. Il giorno seguente lo stesso ministro ha dichiarato che se l'intervento militare in Siria dovesse essere rivolto anche contro le forze regolari siriane la Russia sarebbe costretta ad  in prima istanza ad intervenire con massicci ed efficaci forniture di armi al governo di Assad.

Gli USA avrebbero, con la solita arroganza, affermato che per bombardare in Siria non è necessaria l'autorizzazione di un governo che non è legale. Gli USA fanno finta di non sapere che il governo siriano è riconosciuto dall'Onu che l'otto settembre scorso ha dato incarico all' inviato speciale Staffan de Mistura  di incontrarsi a Damasco con Assad. Che i bombardamenti in Siria siano un atto illegale lo ha dichiarato il 25 settembre anche Carla Del Ponte membro della Commissione Indipendente dell'ONU sui crimini di guerra, la quale ha esplicitamente affermato: "L'attacco USA in Siria è una violazione del diritto internazionale".

Pecunia non olet

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino,essendo alcuni giorni fa stato in visita all'Arabia ha ringraziato la famiglia reale saudita per i fondi elargiti in opere di restauro di monumenti romani ed auspicato una lunga e proficua collaborazione. Contemporaneamente  è giunta una  notizia , pubblicata da "Il Messaggero" del 26/4 relativa ad una donna dell'Arabia Saudita condannata a 150 frustate e 8 mesi di carcere per aver osato infrangere il divieto per le donne di guidare un'auto.

Poichè il regno saudita, alleato di ferro degli USA, è uno di quegli stati che insieme al Qatar ed alla Turchia armano e finanziano le bande jiadiste che dovrebbero portare in Siria la democrazia, il comportamento di Ignazio Marino è stato perfettamento allineato con le direttive generali della politica estera italiana e della NATO. Le frustate ed il carcere alle donne che guidano auto (insieme a tante altre nefandezze) che cosa sono di fronte alla  elargizione  di fondi per il restauro di monumenti romani, benevolmente concessi da un truculento alleato degli americani?

 

 AGGIORNAMENTI SUL CALIFFATO

Obama, fortemente indignato per la decapitazione del reporter James Foley, ha con tono minaccioso affermato in una conferenza stampa : "Quando viene fatto del male a degli americani, ovunque nel mondo, noi facciamo ciò che è necessario per far sì che venga fatta giustizia". Di quale giustizia parla Obama? E' forse  giustizia quella che viene chiamata in causa per un povero decapitato americano ma che non è stata mai invocata di fronte a tante altre decapitazioni e crocifissioni, operate in Siria (ed ora anche in Irak) dalle bande criminali finanziate ed armate dagli stessi americani tramite i fedeli alleati di Turchia, Arabia Saudita e di Qatar? Quando le bande  jihadiste massacravano in Siria cristiani e sciiti la cosa era del tutto ininfluente per la  coscienza pelosa  dell'americano Obama che legittimava qualsiasi atrocità se commessa da coloro che combattono  Assad.
Quando poi queste bande, ingrossate con l'apporto di gruppi fondamentalisti reclutati e ingaggiati  in tutto il mondo, hanno fondato il Califfato, sono rimaste indisturbate per mesi  dilagando nel nord-est della Siria e nel nord dell'Iraq, conquistando importanti città come Mossul, compiendo stragi tra le popolazioni, mettendo in fuga 1000.000 cristiani e facendo incetta di donne da vendere come schiave. L'aviazione USA è intervenuta solo dopo che il Califfato, precedentemente armato e finanziato, ha preteso di estendersi anche nei territori curdi. Quì in effetti il Califfato non si sarebbe dovuto espandere perchè nel cosiddetto e fantomatico Kurdistan c'è il petrolio a cui sono interessati gli USA, i Francesi e gli Inglesi. Ma i bombardamenti , come era facile prevedere,da soli non possono  bastare.  Ecco allora spuntare una trovata di alta strategia: per combattere il Califfato bisogna colpire le sue basi al di là del confine dell'Irak con la Siria. Quindi bisogna intervenire militarmente in Siria. Due piccioni (o forse tre) con una fava : si dà all'opinione pubblica internazionale l'impressione di voler combattere una vasta organizzazione criminale e stragista e si mette finalmente piede in Siria col pretesto di combattere il terrorismo ( e con la reconditaintenzione di combattere poi contro Assad), cosa che è stata fin'ora  impossibile per l'opposizione russa. Che questo progetto americano abbia aspetti subdoli ed  equivoci è assai probabile.Infatti se eventuali truppe americane dovessero veramente combattere in Siria contro il Califfato, dovrebbero combattere anche contro gli amici del Califfato, cioè contro le diverse bande Jihadiste che sino a ieri sono state rifornite  ed armate per combattere Assad. E ritengono veramente gli Americani che i Russi starebbero a guardare? Non ha Putin già dato chiari segni in varie occasioni di non essere disposto ad avvallare ingerenze e prepotenze americane in settori che coinvolgono interessi della Russia? E non esiste inoltre un altro fondamentale problema, relativo all'esercito siriano lealista che dispone, malgrado tutto, di un armamento discretamente efficiente e di un'areonautica che i sofisticatoi missili forniti agli insorti non sono ancora riusciti a distruggere?
Un'intervento sic et simpliciter degli americani in Siria, giustificato con la lotta al Califfato, non solo si presenta allo stato attuale problematico ma potrebbe provocare
guasti ancora maggiori. Se si prende atto che il regime siriano, malgrado le congiure interne di Fratelli Musulmani e Salafiti, era una condizione di stabilità e di ordine per una vasta area del Vicino Oriente e che il caos ed il dilagare dell'estremismo criminale  è stata la conseguenza dell'insurrezione sollecitata, finanziata ede armata dagli USA ed   alleati, bisogna concludere che se si vuole cancellare o almeno contenere il Califfato è necessario in primo luogo pervenire ad una sia pur parziale normalizzazione della situazione interna siriana. La qual cosa significa cessazione dei combattimenti tra insorti e forze lealiste e disarmo dei gruppi armati fondamentalisti che operano a fianco degli insorti. La qual cosa significa in definitiva arrivare ad un accordo con Assad .
La vasta disponibilità di armamenti e di denaro messi cinicamente a disposizione del Califfato e la precaria situazione irakena comportano serie difficoltà per la restaurazione di una situazione tranquilla e per la cessazione delle stragi. I limitati bombardamenti americaqni ed un  intervento in Siria, anche dopo un eventuale accordo con Assad, sarebbero comunque insufficienti e non potrebbero pertanto risolvere il problema. L' eliminazione del Califfato può avvenire solo con il coin volgimento di forze più vaste e con un forte appoggio  al governo di Bagdad.  Un intervento  serio, e che non fosse un escamotag tendente in realtà a secondi fini, dovrebbe pertanto avvenire con il coinvolgimento di russi e iraniani. L' Iran  è direttamente cointeressato perchè una parte dei suoi territori occidentali confinano col Califfato, che non può essere considerato un vicino affidabile. Non dovrebbero invece essere coinvolti turchi e sauditi corresponsabili  della situazione e soprattutto i francesi  principali artefici della catastrofe libica. 
Dopo i disastri del Vietnam, dell'Irak, dell'Afganistan, della Libia e quello  della Siria come pensano ancora gli americani di poter essere la guida del mondo ? Una guida che si è rivelata tanto criminale quanto inconcludente?   

Cosa vogliono gli USA in ucraina

Gli organi d'informazione, conoscendo l'appiattimento culturale e l'apatia dei  popoli dell'occidente, sottoposti a decenni di propaganda disinformativa, pensano che ormai si possano propinare notizie totalmente in contrasto con la verità e l'evidenza.

Cosa si ripromettono infatti gli USA in Ucraina è evidente senza ombra di dubbio. Essi pretendono che la Russia abbia un confinante ostile, aggregato alla Nato e quindi con basi militari americane. Infatti la Russia, che non accetta l'egemonia globale degli USA,  deve essere progressivamente accerchiata e isolata, in attesa di attuare un crollo dell'attuale sistema di governo, procedere ad uno smembramento territoriale e creare una serie di governi fantoccio filoamericani.

Dopo lo schieramento di missili sui confini polacchi e dei paesi baltici Putin è cosciente che l'accerchiamento va bloccato prima che sia troppo tardi  anche a costo di correre gravi rischi.

Putin e la classe dirigente russa sanno che americani ed occidentali vanno fermati subito o mai più.
In tale situazione ancora una volta il governo italiano, privo di un'opinione propria,  si è allineato supinamente alle direttive americane. Le innovazioni in politica estera promesse dall'ex sindaco di Firenze, miracolosamente trasformato in Presidente del Consiglio con l'appoggio di Obama e della Merkel , non hanno avuto, come era facile immaginare, alcun seguito.

G.O. 09/03/2014

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Inizia una nuova guerra fredda

Avevamo recentemente scritto a proposito dell'Ucraina: "La Russia non lascerà correre,non starà a guardare".

I fatti ci hanno dato ragione perchè l'affermazione derivava non da un presunto intuito geniale ma da un ovvio esame della realtà. Potrebbe la Russia restare indifferente a quel che accade al di là del proprio confine, dove ha importanti basi militari e dove esiste nella zona dell' Est una popolazione prevalentemente di lingua russa ?

Può la Russia ignorare che il nuovo governo ucraino si collochi  in  posizioni nettamente antirusse assumendo un atteggiamento persecutorio nei confronti dei cittadini di origine russa ai quali  vorrebbe negare persino  l'uso della propria lingua? Il rafforzamento delle basi militari era pertanto prevedibile ed anche l'aumento del controllo del territorio circostante.

Al contrario degli USA che dichiarano appoggio incondizionato al nuovo governo, sottintendendo che potrebbero se necessario intervenire, la Russia continua ad usare una tattica basata più sui fatti che sulle minacce e le frasi roboanti utilizzat e da Kerry ed Obama. Putin non ha espresso solidarietà ai gruppi di armati filorussi di Belbek o di Sebastopoli che si impossessano di uffici pubblici e di aeroporti, ma non li ha nemmeno contrastati.

In questa fase Putin non ritiene che esistano ancora le condizioni per un intervento diretto e lascia spazio (e certamente concede aiuti) ai gruppi filorussi. Mentre nelle basi russe  affluiscono uomini e  mezzi per essere pronti a qualsiasi evenienza. Nel frattempo i falchi americani spingono incoscientemente verso un conflitto  con la Russia convinti che il loro potenziale bellico, in particolare atomico, sia  nettamente superiore. Essi dimenticano che Putin ( che non sono riusciti ad eliminare malgrado l'enorme finanziamento ai gruppi d'opposizione) durante questi anni invece di fare discorsi minacciosi e arroganti ha sempre usato il linguaggio  della moderazione e, senza molto rumore, rimetteva in funzione il grande armamentario bellico ereditato dall'URSS e ne produceva di nuovo.

Tale moderazione non ha impedito  con grande fermezza a  Putin di opporsi  al Consiglio di sicurezza dell'ONU ad un'intervento militare in Siria, né ha impedito  la fornitura di mezzi finanziari e militari. La Siria ha da lunga data sempre avuto ottimi rapporti con la Russia e questa possiede a Tartus la sua unica base aeronavale del Mediterraneo. Mettere in Siria un governo fantoccio significa anche, per gli americani, sbarazzarsi di questa base. A questo punto c'è il rischio che la situazione dell'Ucraina, programmata e finanziata dagli USA e dall'UE, diventi simile a quella siriana, solo simile perchè le conseguenze ed i pericoli sarebbero assai più gravi.

 28/02/2014

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Lo Stato satellite Italia

Mentre emergono nuove malefatte del governo turco, lo Stato satellite Italia continua a supportare servilmente la politica USA e gli interessi dei trafficanti internazionali che vogliono la Turchia in Europa. A chi mi rimprovera di essere "talebano" faccio presente un comunicato di un'agenzia generalmente inquadrata nel sistema dell'informazione dei paesi NATO.

Domenica 9 febbraio
ANSAmed.

"Solo 24 ore dopo aver fatto adottare una legge per il rigido controllo di internet - che consente al governo di chiudere un sito in 4 ore senza decisione giudiziaria e di registrare per due anni i dati confidenziali di ogni utente - che ha suscitato la preoccupazione USA ,UE e Consiglio d'Europa, il governo di Ankara ha deciso la espulsione di un giornalista straniero, accusato di aver scritto tweet critici nei confronti di Erdogan"...

"L'opposizione turca ha più volte accusato Erdogan di appoggiare in Siria non solo l'Els, i ribelli ufficiali, ma anche i gruppi armati jihadisti [..]. Erdogan è impegnato in un'ampia offensiva per ridurre al silenzio i giornalisti critici attraverso detenzione, procedure legali e "intimazione ufficiale", in una delle più vaste campagne di repressione della libertà di stampa nella storia recente."

Che gli USA realmente si scandalizzino del comportamento di Erdogan è chiaramente ridicolo, essi che hanno spiato tutti i governi alleati e che con la complicità dei governanti nostrani continuano a spiare i nostri telefoni e la nostra posta elettronica.

11/02/2014

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Ucraina

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