SIONISTI, STATI ARABI  E PALESTINESI

Questo articolo sarà firmato. Perché dovrei, come hanno fatto alcuni, parlando di Israele, restare nell’anonimato? Forse debbo nascondendomi per tutelare la mia reputazione non essendo sicuro di quel che dico,oppure temendo di  dire cose false?

 

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      Nella seconda metà del XIX secolo sorse soprattutto fra gli ebrei sparsi nell’Europa centrale un movimento essenzialmente politico tendente a creare in qualche luogo del mondo uno Stato ebraico. Verso la fine del secolo Theodor Herzl fu uno degli attivisti più qualificati per la diffusione di tale programma, scrisse il libro Der Judenstaat e nel 1897 fu uno dei principali fondatori del movimento sionista. Si diffuse intanto l’idea che questo nuovo stato dovesse costituirsi in Palestina. Apparentemente tutto si presentava come un’iniziativa innocua, anzi opportuna. Ma una semplice riflessione, prescindendo da qualsiasi altra considerazione, poteva da subito evidenziare che si sarebbe inevitabilmente messo in atto un’ interminabile serie di tensioni, di contrasti e di lotte. Poiché la Palestina non era un paese disabitato ma con una popolazione prevalentemente araba di musulmani e cristiani ed una piccola minoranza ebraica, il  nuovo stato sionista si sarebbe potuto fare solo togliendo territori alle popolazioni autoctone. In che modo? Certamente non con la persuasione; nessuno mai accetterebbe di essere estromesso da casa propria per cederla in tutto od in parte  ad altri. Quindi con la forza, cioè con le minacce, le deportazioni, le devastazioni, i campi di concentramento, le fucilazioni. Qualcuno potrebbe dirmi che sto esagerando perché  si può a priori affermare che i sionisti non avrebbero mai potuto usare questi metodi. La mia risposta è che essi sono tutti documentabili e che sono stati documentati soprattutto da studiosi ebrei non sionisti utilizzando anche gli archivi militari israeliani desecretati  nel 1998. Ma come è stato possibile che gli ebrei sionisti, sopravvissuti a tante tremende persecuzioni, abbiano potuto concepire e mettere in atto tali metodi? La spiegazione a mio avviso  è semplice: gli ebrei sarebbero il popolo eletto a cui Dio ha donato in via definitiva la Palestina, che è ritenuta pertanto una terra di loro esclusiva appartenenza. Dio stesso li autorizzò già una volta a conquistarla sotto la guida di Giosuè. Ecco ad esempio come avvenne secondo la Bibbia la conquista di Gerico:

………il popolo (ebraico)allora penetrò nella città, ciascuno dal lato che aveva di fronte e s’impadronirono di Gerico. E votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, persino buoi, pecore ed asini, tutto passarono a fil di spada.( Giosuè,6,2-7.1).

Ora, se Dio autorizzò l’uso di quei metodi all’epoca della conquista della Palestina, è implicito secondo i sionisti, che  metodi analoghi,  anche se  più aggiornati, possano essere usati nella riconquista.

      Si è sostenuto che i sionisti avrebbero acquistato dagli arabi i territori occupati e che quindi violenze non ce ne furono o comunque  di lieve portata; in realtà le terre acquistate, rispetto a quelle occupate, furono una  quantità alquanto scarsa.

      In tale situazione non è inutile ricordare che una certa parte di ebrei non sionisti fu contraria, e lo è tuttora, alla creazione di uno stato ebraico ritenendola un’ eresia rispetto ad una ben radicata tradizione religiosa secondo la quale il popolo ebraico sarebbe rientrato in Palestina sotto la guida del futuro Messia.

 

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       Al termine della prima guerra mondiale i Turchi che si erano schierati con la Germania e l’ Austria –Ungheria, a seguito di una pesante sconfitta dovettero cedere la Palestina a favore delle potenze vincitrici. Nel 1920 la Società delle Nazioni affidò con un mandato l’amministrazione della Palestina alla Gran Bretagna ed i sionisti attuarono la costituzione dell’Haganà, un’organizzazione militare  clandestina ma che collaborò per un certo tempo con l’amministrazione inglese. Nel 1922 il censimento inglese della Palestina forniva i seguenti risultati:  78% musulmani, 9,6% cristiani, 11% ebrei.

       Già prima del termine della guerra , il 2 novembre 1917, il ministro degli esteri inglese Balfour aveva inviato una lettera a Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista dichiarando che:

 

Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.

 

      Tale dichiarazione costituiva quindi un importante antefatto per istaurare uno stato ebraico in Palestina anche se le modalità con cui esso fu poi realizzato furono ben differenti da quelle auspicate. La situazione però per gli Inglesi si presentò subito complicata infatti durante la guerra essi avevano promesso la Palestina agli Arabi per l’aiuto prestato nella lotta contro i Turchi. La promessa fatta agli Arabi non venne però affatto rispettata perchè mal si conciliava con la dichiarazione Balfour. Nel 1920 mentre la popolazione araba era circa il 90 per cento, iniziava  un’intensa immigrazione sionista, ben più consistente di quella delle annate precedenti, e crescevano sempre più le tensioni con gli arabi (musulmani e cristiani) che si rendevano conto che  s’intendeva modificare la percentuale etnica a favore dei sionisti e che essi rischiavano sempre più di essere gradualmente  estromessi. Dopo una serie di scontri, a cominciare dal 1920  (particolarmente gravi quelli del 1929)  nell’aprile del 1936 il Supremo Comitato Arabo organizzò una grande rivolta che fu dagli inglesi domata anche grazie all’intervento militare dell’ Haganà. Nella dura repressione morirono 5000 arabi, 400 sionisti e 200 militari inglesi. Inoltre furono condannati a morte 120 arabi di cui alcuni impiccati. L’Haganà  si era costituita con la tolleranza inglese e poteva contare su diversi reparti ben armati ed inquadrati da ex soldati ed ufficiali . La costituzione di questi corpi lasciava  intendere che essi sarebbero stati in seguito pronti per effettuare con la forza delle armi l’espulsione degli Arabi dalla Palestina, secondo quanto più o meno palesemente affermato da numerosi capi sionisti. Un’altra organizzazione terroristica che provocò centinai di morti fu l’Irgun finalizzato a colpire diplomatici e militari inglesi ed elementi della popolazione araba.

      Soprattutto a seguito della grande rivolta araba del 1936, gli inglesi, almeno in apparenza, mostrarono di voler mitigare il loro palese atteggiamento a favore dei sionisti conseguente all’ attuazione della dichiarazione Balfour. Nel 1939  dichiararono pertanto che avrebbero consentito la prosecuzione dell’immigrazione solo per altri 5 anni. Le autorità arabe dimostrarono subito la loro totale contrarietà chiedendone invece il blocco immediato; tenendo conto di tutti i sionisti delle  precedenti  immigrazioni, essi  temevano che nel periodo di altri cinque anni  la percentuale della componente etnica araba sarebbe fortemente diminuita.

      Con l’inizio della seconda guerra mondiale la popolazione ebraica mondiale si schierò quasi tutta con gli Alleati. Per reazione e discordanza di interessi molti gruppi arabi furono invece favorevoli all’Asse in quanto un’eventuale sconfitta degli Inglesi avrebbe potuto impedire l’espropriazione di altre terre e la creazione dello stato sionista,

      Al termine della guerra, quando si conobbe l’esistenza della Shoah, si ritenne generalmente che l’effettuazione dello stato sionista in Palestina dovesse essere ormai considerato inevitabile e doveroso atto riparatorio nei confronti degli Ebrei , anzi gran parte dell’ignara popolazione europea credette che tra Shoah e stato ebraico esistesse una stretta correlazione. Molti in effetti ignoravano che il progetto di tale stato risaliva già agli ultimi anni dell’ottocento, che esisteva la dichiarazione Balfour e che emigrazioni  di sionisti  si erano continuamente verificate in Palestina. La sorte di centinaia di  migliaia di Arabi non aveva pertanto nessuna importanza, d’altra parte essi meritavano una giusta punizione per le loro simpatie per l’Asse.

      Il 25 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di dividere la Palestina in due stati e di tenere Gerusalemme sotto controllo internazionale. I sionisti accettarono ad eccezione dell’Irgun e della Banda Stern, un gruppo terroristico sionista responsabile  di un attentato dinamitardo nel Quartier Generale inglese  che aveva provocato la morte di 91 militari (alcuni degli organizzatori dell’attentato diventeranno in seguito ministri del governo d’Israele). L’Irgun e la Banda Stern non volevano assolutamente uno stato arabo e propugnavano, come ancor oggi propugna il governo Netanyahou, la Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate. Gli arabi al contrario avversarono la decisione dell’ONU per i seguenti motivi:

1° Una parte di essi osteggiava totalmente la creazione in Palestina di uno stato sionista realizzato con l’espulsione di abitanti arabi e l’accaparramento delle terre-

2° Lo stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea che era la principale risorsa idrica della zona-

3° La popolazione sionista rappresentando un terzo della popolazione totale avrebbe avuto la maggior parte della terra (ed inoltre di miglior qualità) adducendo la previsione di ulteriori immigrazioni sioniste.

      Gli scontri che in realtà non erano mai del tutto cessati non tardarono a riaccendersi dando una netta prevalenza ai sionisti a cui si erano aggiunti presunti disertori dell’esercito inglese (in realtà militari inglesi a tutti gli effetti). Vasta risonanza ebbe la strage del villaggio di Deir Yassin dove il 19 aprile 1948 furono eliminati 120 arabi ed espulsi 700, ma c’è chi sostiene che il numero reale delle vittime possa arrivare a 250, comprese donne e bambini. Purtroppo dati precisi non è possibile averli anche perché la catasta delle vittime venne bruciata. L’impresa era stata organizzata da Begin che forse anche per questa benemerenza diventerà in seguito primo ministro d’Israele e premio Nobel per la pace.

      La decisione dell’ONU fu seguita da un’ondata di inaudite violenze dei gruppi militari e paramilitari sionisti a cui tentarono di contrapporsi i gruppi armati arabi. Ad accrescere ulteriormente il caos sopraggiunse il 14 maggio 1948 la dichiarazione di fine mandato britannico col relativo ritiro delle truppe. I sionisti che negli anni precedenti avevano aumentato la loro consistenza numerica, ricevuto continuamente finanziamenti da gran parte del mondo ebraico, organizzato gruppi armati con l’inclusione di reduci della seconda guerra mondiale, acquistato armamenti dalla Cecoslovacchia, potevano finalmente avere mano libera. Come prima cosa dichiararono la creazione dello stato d’Israele continuando nel frattempo i combattimenti con gli Arabi. A questo punto, come avevano già in precedenza preannunciato, Egitto, Transgiordania,Siria, Libano ed Iraq entrarono in guerra contro la nuova entità statale. La guerra si concluse  con la sostanziale sconfitta delle truppe arabe non adeguatamente armate, mancanti di coordinamento per i contrasti relativi alla nomina del comandante in capo e per il subdolo comportamento di Abd Allah I di Transgiordania che in realtà non voleva la creazione dello Stato Arabo-Palestinese e sottobanco trattava coi sionisti per questioni di spartizione territoriale. I sionisti avevano eliminato fisicamente gli avversari più intransigenti, messo in fuga centinaia di migliaia di arabi e conquistato una quantità di territori pari al 78% del territorio della Palestina del mandato,cioè il 50% in più di quanto previsto dal piano di ripartizione dell’ONU. Secondo dati dell’ONU 711.000 palestinesi, cioè metà della popolazione araba era stata espulsa dal proprio territorio. Nei primi mesi del 1949 furono sottoscritti armistizi fra Israele ed i vari stati arabi; la Transgiordania grazie al suo comportamento durante la guerra poteva occupare la Cisgiordania; l’Egitto aveva occupato la striscia di Gaza.

      Veniva pertanto a fine guerra a porsi il problema dei profughi palestinesi, senza terra, senza casa, senza lavoro e mezzi di sostentamento, costretti a vivere fino ai nostri giorni in squallide tendopoli, senza alcuna seria assistenza  spesso a mala pena tollerati da diversi stati arabi.

      Una nuova guerra arabo-israeliana scoppiò a seguito della nazionalizzazione del canale di Suez (luglio 1956) attuata dal presidente Egiziano Nasser. Israele in conseguenza attaccò l’Egitto occupando il Sinai e raggiungendo il canale. Dopo il successivo intervento militare di Francia e Gran Bretagna, l’ONU il 9 novembre  ristabilì la pace. Scontri comunque continuarono sporadicamente negli anni successivi specie con la Siria. I Palestinesi da parte loro avevano istituito nel 1964 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina  (OLP)  a cui aderì la formazione paramilitare al Fatah che aveva già effettuato azioni di guerriglia contro Israele.

       La situazione si aggravò di nuovo nel maggio 1967 quando Nasser bloccò gli stretti di Tiran impedendo il traffico navale nel golfo di Aqaba e quindi del porto israeliano di Elat. Israele entrò in guerra il 5 giugno (guerra dei 6 giorni) e proseguì sino al 10 distruggendo gran parte dell’aeronautica egiziana e conquistando territori siriani delle alture del Golan, Gaza, la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme. A questo nuovo conflitto parteciparono anche la Siria e la Giordania.

      Nel 1973, il 6 ottobre, ebbe inizio la quarta guerra fra arabi e sionisti;  un attacco a sorpresa fu effettuato da Siria ed Egitto nel tentativo di recuperare territori persi in conflitti precedenti. In particolare il presidente egiziano Sadat intendeva riprendere la penisola del Sinai. In un primo tempo le truppe arabe ebbero un notevole successo anche grazie all’uso di nuove armi sovietiche ma successivamente l’esercito sionista seppe arginare quella che era parsa l’inizio di una disfatta e passò con successo alla controffensiva malgrado un nuovo apporto di truppe irakene e giordane. Il 22 ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU intimava di cessare il fuoco ed avviare trattative che ebbero successivamente luogo a Ginevra nel settembre del 1978; furono fissate le modalità di pace tra Egitto ed Israele  attuando lo scambio di relazioni diplomatiche. I problemi della Palestina e dei Palestinesi furono esaminati ma non portarono a nulla di definitivo per l’opposizione di Israele e non ne fu riconosciuta l’indipendenza nazionale prolungando le tensioni e la conflittualità degli anni seguenti. L’Egitto che aveva effettuato una pace separata e riconosciuto lo stato d’Israele fu espulso dalla Lega Araba e Sadat divenuto impopolare nel mondo arabo, il 6 ottobre 1981 fu assassinato da un estremista per punirlo del tradimento.

 

 

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     In questa serie di guerre che erano a priori prevedibili a seguito della creazione forzata di uno stato sionista nella Palestina, la sorte dei Palestinesi è progressivamente peggiorata. Dopo aver subito bombardamenti, fucilazioni, requisizioni  di beni, distrutti interi villaggi, non avendo abbastanza terre fertili da coltivare, imprigionati e deportati, una gran parte di essi fu costretta a fuggire e rifugiarsi presso stati arabi limitrofi cercando negli anni seguenti di sopravvivere in squallidi campi di profughi con gli scarsi sussidi di organizzazioni umanitarie. Sia essi che quelli che restarono in Palestina nella vana speranza che  si sarebbe prima o poi pervenuti alla creazione di uno stato arabo-palestinese, secondo quanto stabilito dalle deliberazioni dell’ONU, dovettero prendere atto che l’interesse degli stati arabi per loro era spesso solo di facciata e che le guerre degli arabi erano state motivate sopra tutto dal timore che s’istallasse nel Vicino Oriente un nuovo stato moderno e potente in grado di condizionare i loro interessi. Vediamo ora succintamente alcune occasioni, dopo la dichiarazione Balfour, in cui l’ONU affermò il diritto dei Palestinesi ad avere un proprio stato o comunque ad essere soggetti ad azioni di tutela.

- 25 novembre 1947: l’Assemblea Generale  delle Nazioni Unite affermò la divisione della Palestina in due stati  con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

-  22 marzo 1979, risoluzione 446 del Consiglio di Sicurezza: la creazione di insediamenti da Parte di Israele nei territori arabi occupati dal 1967 non ha validità legale e costituisce un grave ostacolo  al raggiungimento della pace. Inoltre Israele deve desistere “di adottare qualsiasi misura tendente a trasferire parti della propria popolazione civile nei territori occupati”.

- 20 agosto 1980, risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza: “ Si censura nei termini più forti la Legge di Gerusalemme, che dichiarando la città di Gerusalemme intera ed unificata come la capitale d’Israele, costituisce violazione del diritto internazionale stabilito dalla Convenzione di Ginevra”.

- 20 dicembre 2016, risoluzione 2334  del Consiglio di Sicurezza:  “ La creazione  di insediamenti  da parte d’Israele nel territorio occupato dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità  legale e crea grave preoccupazione per il fatto che il proseguimento delle attività di insediamento israeliano mettono a repentaglio la fattibilità di due stati basati sui confini del 1967.

      E’ noto che nessuna delle precedenti deliberazioni dell’ONU (insieme ad altre) è stata da Israele rispettata; è noto che il Consiglio di Sicurezza si è limitato a sole enunciazioni di principio che sono state delle vere e proprie beffe non essendo state seguite da azioni impositive. I comportamenti di Israele, che proseguono anche attualmente, basati sulla sistematica violazione del diritto internazionale  ed  aventi la persistente finalità di produrre con violenza e metodi coercitivi una modificazione irreversibile della struttura demografica della Palestina, si configurano come pulizia etnica, cioè come crimini contro l’umanità,e, se Israele non godesse di totale impunità garantita dagli USA ed dai suoi alleati, alcuni dirigenti e i militari sionisti dovrebbero essere sottoposti, come è accaduto per altri casi, al giudizio di un  tribunale internazionale.

      Tale stato di cose è stato inoltre ulteriormente aggravato dal cosiddetto Piano della pace proclamato da Trump il 28 gennaio 2021 alla Casa Bianca. Prescindendo da qualsiasi deliberazione dell’ONU, da qualsiasi trattato internazionale e da qualsiasi consultazione,  il capo di quella che si proclama la più grande democrazia della Terra ha ritenuto di poter imporre in maniera del tutto unilaterale la soluzione dell’annoso problema esistente fra Palestinesi e sionisti d’Israele. Ecco le modalità che la volontà megalomane di Trump vorrebbe imporre alla Palestina:

1° Nessuna trattativa con gli organi di rappresentanza palestinese-

2° Gerusalemme capitale indivisa di Israele lasciando ai Palestinesi solo sobborghi marginali ed includendo nel territorio della capitale anche i luoghi santi degli arabi-

3° I profughi che fuggirono negli stati arabi circostanti non hanno diritto a tornare-

4° Legittimazione degli insediamenti abusivi effettuati dai sionisti in territorio palestinese e quindi automatica loro annessione allo stato d’Israele.

5° Annessione delle terre fertili della valle del Giordano pari al 30% dell’attuale Cisgiordania-

6° Creazione di uno stato palestinese totalmente smilitarizzato ed avente confini esclusivamente con Israele, e da Israele controllati.-

7° Nella demilitarizzazione va incluso anche il disarmo di Hamas e della striscia di Gaza-

8° All’interno dello statarello palestinese dovrebbero anche esistere isole territoriali di appartenenza ad Israele .

9° Messa a disposizione di 40 miliardi di dollari per le infrastrutture necessarie a questo piccolo stato frammentario, fatiscente e senza alcuna sovranità.

      Uno stato palestinese così concepito, cioè senza sovranità, senza esercito, circondato da confini controllati da Israele, può servire solamente all’attuazione di un’apartheid vergognosamente realizzabile col tacito consenso dell’Europa liberale, democratica e dei Diritti dell’uomo.

      Il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Abu Mazen ha dichiarato che “bisognerà resistere in tutti i modi” ma la sua credibilità  è sempre più in calo mentre è in grande aumento quella dei dirigenti fondamentalisti di Gaza che sostengono che la propria terra e la propria libertà va difesa, se necessario anche con le armi.

 

07/06/2021  Giuseppe Occhini

 L'ITALIA CHE FA DANNO A SE STESSA IN SIRIA E IN LIBIA

Stefano Aviani Barbacci, 22/05/2021

Prevedibilmente l’Unione Europea (e l’Italia) confermerà anche quest’anno le sanzioni che da dieci anni sono state illegalmente inflitte alla Siria (non autorizzate dall’ONU). La gran parte dei cittadini italiani non sa nulla di questo embargo che ha trascinato quello che un tempo era considerato un Paese amico in una guerra infinita e nella povertà estrema. Neppure conoscono la copiosa documentazione prodotta in questi anni sulle cause del conflitto, che mostra come un’alleanza di Paesi “perbene” (anche Europa e Stati Uniti) abbia appaltato la destabilizzazione della Siria a un fronte islamista di derivazione qaedista, sostanzialmente omogeneo agli interessi e alla visione religiosa delle Monarchie del Golfo e della Turchia.

 

Colpisce anche il silenzio dei media sulla realtà della Siria come compagine nazionale: il complesso equilibrio etnico, linguistico e religioso, la presenza di una numerosa e antica comunità cristiana (il 10-12% della popolazione prima della guerra), il carattere “laico” della Costituzione e dell’ordinamento giuridico, la protezione legale di tutte le minoranze, l’istruzione obbligatoria che non discrimina in base al sesso, la qualità degli studi universitari (anche qualche viterbese ha studiato a Damasco e serba un bel ricordo della vita universitaria in Siria), il welfare e il miglior sistema sanitario dell’area vicino-orientale dopo quello di Israele. Non era di certo questo il peggiore dei Paesi del mondo, però era uno di quelli privi di debito estero e che non aveva bisogno di chiedere prestiti al FMI, una caratteristica di quelle che oggi non si perdonano...


Quanto detto era ben noto alla classe politica italiana che celebrava i progressi di un Paese definito dai presidenti delle Camere “amico dell’Italia” (era il 2010) e conferiva, per mano del presidente Giorgio Napolitano la più alta onorificenza della Repubblica italiana a Bashar al-Assad, ospite a Roma con la moglie Asma. L’anno prima il nostro presidente e la moglie Clio erano stati festosamente accolti a Damasco. Del resto, la Siria era anche, e fin dai tempi di Enrico Mattei, un nostro importante partner commerciale... Quel che è accaduto dopo meno di un anno da quella visita non ha alcuna giustificazione o spiegazione logica, a meno che non si prenda in considerazione la perdita di sovranità del nostro Paese, ormai costretto a seguire in modo cieco ed autolesionistico le direttive di politica estera gradite a quei circoli sovranazionali che sembrano guidare il mondo.

 

La Siria era anche un Paese sostanzialmente pacifico: in una regione turbolenta come il Medio Oriente, l’ultima guerra “tra Stati” combattuta dall’esercito siriano datava al 1973 (contro Israele), gli ultimi scontri “di frontiera” datavano al 1982 (nella valle della Beqah a seguito dell’invasione israeliana del Libano), dunque 30-40 anni di pace… Come molti esperti militari segnalano, l’esercito siriano era fermo alle tecnologie militari degli anni ‘60-‘70, inquadrava un personale poco numeroso (120.000 uomini) e prevalentemente “di leva”. Dunque, ha avuto difficoltà a reagire quando si è ritrovato di fronte una forza di pari numero, formata in prevalenza da professionisti addestrati (e fanatizzati) in Turchia e Giordania, ben riforniti di armi moderne di fabbricazione occidentale (dai missili anticarro TOW ai Manpad anti-aerei, dai telefoni satellitari ai sistemi computerizzati per il controllo del campo di battaglia).

 

 

 

Bashar al-Assad e la moglie Asma con alcune vedove e orfani siriani.

 

 

Non c’è stato bisogno di alcun dibattito parlamentare per decidere di cacciare l’ambasciatore siriano da Roma (era il 2011) e cancellare di punto in bianco decenni di buoni rapporti diplomatici e commerciali tra i due Paesi. Scarsa è stata l’attenzione da parte dei giornali, nulla quella delle televisioni. La gran parte dei nostri connazionali tuttora ignora che l’Italia ha decretato, con i partner europei, un durissimo embargo che ha minato la capacità di quel Paese di difendersi dai suoi spietati nemici. La nostra posizione, al di là delle belle parole e di quelle buone intenzioni di cui (come è noto) è lastricata la via dell’inferno, è stata “oggettivamente” di supporto a quei movimenti fondamentalisti che esplicitamente rivendicano un legame con al-Qaeda. Giusto qualche lacrima di coccodrillo quando l’ISIS ha fatto a pezzi l’antica città romana di Palmyra.

 

Credo che la responsabilità del nostro Paese in questa tragedia sia reale e che gravi siano le colpe della nostra classe politica che ha sposato, per ragioni di mero opportunismo, letture prefabbricate e di comodo e con ciò ha messo da parte (o così almeno sembra) ogni eventuale problema di coscienza sulla legittimità di certi fini e sulla moralità di certi mezzi. Le prospettive di questo machiavellico procedere sono sotto gli occhi di tutti: nonostante gli oltre 400.000 morti, la Siria (sebbene assediata e stremata) ancora resiste. Dove però “la rivoluzione” ha trionfato (in Libia come pure nella provincia siriana di Idlib) vediamo bene che non si è affermata alcuna democrazia, che il territorio “liberato” è in mano a bande di criminali e che la Turchia, espulsa dalla Libia nel 1911, è ritornata alla grande a signoreggiare sull’opposta sponda del Mediterraneo. Ma questi “magnifici” risultati in cosa corrispondono all’interesse o alla civiltà del popolo italiano?

 

 

APPROFONDIMENTI

 

Giorgio Napolitano ringrazia il presidente Bashar al-Assad in occasione del suo viaggio in Siria prima dello scoppio della guerra.

 

 IL COMPLOTTISMO

    Già in un’altra occasione scrissi che il complottismo è in molti casi un criterio erroneo d’interpretazione della storia del passato e degli accadimenti politici attuali in quanto  fa ricorso troppo frequente ad un presunto susseguirsi di complotti. Ma cosa dobbiamo intendere per complotto? Il tramare, il congiurare, il progettare segretamente per poi dar seguito ad  azioni illegali o criminose a danno di qualcuno, istituzione o persona; ad esempio mettere a punto un piano per assassinare un personaggio scomodo, sia esso un esponente politico, un capo di stato, un generale, uno scienziato, un imprenditore, un capo religioso ecc. Oppure finanziare ed armare gruppi terroristici  di uno stato per rovesciare forzosamente il suo governo. Si tratta in ogni caso di un’attività riprovevole, contraria alle norme di ogni diritto e che fa ricorso assai spesso all’uso della violenza e della menzogna. Complottismo è pertanto spiegare determinati avvenimenti come conseguenza di complotti quando complotti non ce ne sono stati.

     Ciò premesso, sarebbe però fuorviante e contro ogni evidenza rifiutare in maniera assoluta l’esistenza dei complotti, ovvero attribuirli solo a quelli che (spesso senza fondato motivo) riteniamo nostri nemici e responsabili di ogni nefandezza, mentre neghiamo sistematicamente che essi appartengano anche al nostro operato e a quello di chi  (spesso senza fondato motivo) dichiariamo nostri amici.

     Sin dall’antichità abbiamo casi clamorosi di complotti; chi non ricorda la congiura di Catilina? E complotti furono anche l’uccisione di Cesare e  di Cicerone e  successivamente tante uccisioni di imperatori romani. Si potrebbe continuare ad elencare fatti del Medio Evo e del Rinascimento, ma per non essere troppo prolissi saltiamo all’età contemporanea. Possiamo cominciare con l’assassinio del presidente americano Abramo Lincoln nel 1865 da parte di proprietari terrieri del sud ritenutisi danneggiati dalla proclamazione della libertà degli schiavi, per arrivare, dopo una serie di uccisioni di altri presidenti di questa singolare democrazia, all’assassinio  del presidente Kennedi e di suo fratello Robert. Passando all’Europa possiamo ricordare il complotto che portò in Austria nel 1934 all’assassinio di Dollfus a seguito di losche trame tra nazisti tedeschi e filonazisti austriaci determinati a realizzare l’anschluss, cioè l’annessione dell’Austria alla Germania. Si potrebbero aggiungere i complotti con conseguenti attentati falliti (almeno sei) organizzati da gruppi di fuoriusciti antifascisti residenti in Francia per eliminare Mussolini negli anni compresi fra il 1920 ed il 1932; questa inclusione troverebbe però motivo di critica da parte di eventuali antifascisti contemporanei perché ho inizialmente scritto che un complotto è tale se persegue azioni illegali o criminose mentre nel caso specifico si sarebbe trattato, dal loro punto di vista, di azioni benemerite. Lo stesso discorso vale per il fallito complotto del 20 luglio 1944 attuato da un gruppo di ufficiali tedeschi per eliminare Hitler. Nel 1952 un complotto di ufficiali egiziani, tra cui il colonnello Nasser,  estromise il re Faruk che trovò asilo in Europa. Analogamente nel 1969, un gruppo di ufficiali libici, tra cui Mui ”ammar al-Qaddafi,con un complotto da tempo preparato, fecero un colpo di stato contro il re Idris e proclamarono la repubblica. L’uccisione il 20 ottobre 1911 di al-Qaddafi fu il risultato di un altro complotto avendo egli in modo alquanto ambizioso ed arrogante, voluto mettere in atto una politica internazionale libera dal gioco delle grandi potenze. In particolare aveva stretto un’alleanza commerciale che avrebbe dovuto dare una posizione preminente all’Italia e cosa ancora più grave stava tentando di creare con la partecipazione di tutti gli stati africani una moneta alternativa al dollaro. Francia e  Gran Bretagna ritennero che i loro interessi preminenti nell’accaparramento del petrolio libico potessero andare incontro a difficoltà mentre gli USA non potevano accettare la sostituzione del dollaro con una moneta unica africana sia per motivi economici che per una considerazione di prestigio in quanto il Paese egemone, che ha diritto di guidare l’ordine mondiale, non può consentire a nessuno che si ignorino le sue prerogative. Pertanto i suddetti stati si accordarono per eliminare una volta per tutte chi riteneva di non doversi curare dei potenti del pianeta e, secondo una logica già in altre occasioni utilizzata, decisero di eliminare il personaggio scomodo. La tecnica è stata la solita da una decina di anni: in linea di massima non esiste uno stato dove non esista per  motivi  disparati un’opposizione più o meno consistente contro il  governo; pertanto si fa leva su queste opposizioni finanziandole, corrompendone i capi, eccitandone lo spirito di rivalsa, per provocare proteste di piazza che  creano problemi di ordine pubblico che il governo non può ignorare. Si passa poi alla fase della protesta armata e la polizia è costretta a sparare. Coloro che hanno ordito il complotto hanno nel frattempo preparato con la propaganda l’opinione pubblica internazionale prospettando la necessità d’intervento armato per motivi umanitari, perché quel governo, quel dittatore, quel tiranno, quel macellaio sta massacrando il suo popolo. Nel caso della Libia , dove non si poteva chiamare in causa lo stato di povertà della popolazione che godeva di un discreto benessere ed un reddito pro capite fra i più alti dell’Africa si fece ricorso all’antica contrapposizione fra Tripolitania e Cirenaica ed alle invidie verso le tribù più vicine al Rais. Per rendere sicura la sconfitta di al-Qaddafi e garantirsi la sua eliminazione fisica, Francia,Gran Bretagna ed USA intervennero, come è noto militarmente, costringendo l’Italia a partecipare, allo scopo di dimostrare che chi fa una politica estera fatiscente ed accetta il ruolo di stato a sovranità limitata non deve prendere iniziative.

   Le cosiddette primavere arabe, poco credibilmente spacciate come irrefrenabile esigenza di democrazia, furono progettate dagli USA diversi anni prima del loro verificarsi. Il nuovo disegno imperialistico necessitava infatti che si passasse da stati amici, ma con una loro notevole autonomia, a stati a pieno controllo con governi di stretta osservanza filoamericana, operando se necessario con atti di forza alla eliminazione dei governi irriducibili, come si era già fatto con Saddam Hussein. Questo progetto di sovvertire totalmente la situazione politica degli stati arabi del Mediterraneo del sud e del medio oriente ha trovato riscontri anche  nelle interviste e nelle dichiarazioni di personaggi appartenuti alle vecchie amministrazioni USA; non si tratta quindi di elucubrazioni di terrapiattisti, di raeliani, di veteromarxisti o di nazisti.

   Una parte del maxicomplotto a cui aderirono Francia, Inghilterra, Turchia, Arabia Saudita, Emirati, Israele e Qatar ha riguardato  la Siria.  La setta fondamentalista dei Fratelli Musulmani già dal 1979 aveva tentato di organizzare rivolte; nel 1979 ad Aleppo uccisero 32 cadetti alauiti e nel 1980 organizzarono ad Hama un’insurrezione che fu duramente repressa dall’esercito. Il tutto con l’appoggio della CIA e la complicità delle ambasciate di Francia, Inghilterra ed USA. Gli stessi Fratelli Musulmani sono attualmente una delle componenti importanti  dell’opposizione ad Asad; cosa vogliono i Fratelli Musulmani di Siria presentati attualmente all’opinione pubblica occidentale come “oppositori democratici”? In primo luogo vogliono estromettere tutti gli Alauiti (che è il gruppo religioso a cui appartiene Asad) dai posti del potere politico, dalla pubblica amministrazione, dall’esercito, dalle università, ed istaurare un proprio metodo di governo. In secondo luogo vogliono un sistema costituzionale fondato sulla legge islamica cioè sulla sharia, ovviamete interpretata ed attuata secondo una concezione fondamentalista. In pratica: poligamia, velo obbligatorio per le donne, possibilità di ripudio, separazione dei sessi dalle scuole elementari all’università e negli uffici pubblici e soprattutto limitazioni alla libertà religiosa dei non musulmani, in particolare dei cristiani. In definitiva cittadini possono essere solo i musulmani; gli altri sono ospiti temporanei o sudditi. Quanto poco abbiano costoro a che spartire con la democrazia  è evidente ma agli ignari Europei  sono stati presentati come oppositori democratici che lottano per la libertà contro il macellaio di Damasco.

   Concludendo, ho elencato alcuni dei casi di complotto più evidenti che dimostrano che se è necessario essere prudenti nell’individuare fatti che possono essere classificati come complotti, ciò non ostante essi non sono una rarità ma acquistano sempre più importanza nella prassi politica contemporanea, soprattutto degli stati occidentali.

24/02/2021  Giuseppe.Occhini                                                                                                                     

                   

 

 SOLEIMANI ASSASSINATO DA TRUMP PERCHÉ COLPEVOLE DI :

  • Aver portato aiuto al legittimo governo della Repubblica Siriana
  • Aver combattuto con grande successo contro l’Isis
  • Aver impedito le crocifissioni o il taglio della testa a centinaia di cristiani perseguitati dai terroristi
  • Aver bloccato in Siria ed Iraq il traffico della droga protetto dai servizi segreti occidentali.

15/01/2020                             Giuseppe Occhini

 

                    

ASSASSINANDO SI ESPORTA LA DEMOCRAZIA

 Il Segretario di Stato americano, Mike pompeo,ha tenuto giorni fa all’Università di Standford una conferenza dal titolo: The Restoration of Deterrence:The Iranian Example. In tale conferenza è emerso che l’assasinio di Soleimani fa parte di una nuova strategia di “deterrenza preventiva” che d’ora in poi sarà applicabile dagli USA contro qualsiasi paese potenzialmente nemico degli Stati Uniti, in primis, contro Cina, Russia, Cuba, Venezuela, Nicaragua, Siria.

In altre parole, abolita in via definitiva l’inutile osservanza delle norme di diritto internazionale, le attività in campo diplomatico, le regole dell’ONU, gli USA affermano che chi contrasta la propria supremazia  mondiale sottopone i membri del proprio governo o i propri capi militari al rischio di essere eliminati.

In definitiva i sistemi sino ad oggi adottati solo dai gangsters diventano per gli USA applicabili alla politica estera e militare.

19/01/2020 Giuseppe Occhini

 

Ancora equivoca e subdola la politica turca

Dopo che si è consentito alla Turchia di fornire importanti aiuti economici e militari all'Isis senza esprimere alcun dissenso e senza aver preso alcun serio provvedimento, tenuto anche conto che essa è membro della NATO, oggi tutta la stampa occidentale dà ampio risalto al suo intervento militare in Siria ed Iraq.

Mentre da parte di alcune testate si cerca di minimizzare il precedente comportamento della Turchia definendolo  "scarso contributo" alla lotta all'Isis, ora  si fanno ampi elogi all'intervento definendolo fondamentale nella lotta contro il fondamentalismo islamico. Ci si può chiedere qual'è il motivo del cambiamento di atteggiamento della Turchia e si può rispondere subdolamente che ciò è stato   conseguenza delle sollecitazioni americane e di alcuni attentati verificatisi recentemente nel suo territorio. La verità è invece differente ed è stata, come al solito, ben  mistificata per un pubblico occidentale abituato a recepire  panzane.

La Turchia, intervenedo con l'aviazione in Siria ed Iraq con lo scopo dichiarato di combattere l'Isis , in realtà intende avere delle occasioni per colpire le formazioni curde che allo stato attuale si sono rivelate, insieme alle truppe di Asad, lo strumento più efficace per combattere l'Isis e gli altri gruppi terroristici. Tutto ciò avviene con la benedizione USA che tollera la politica repressiva verso i Curdi in Turchia ed approva le azioni militari contro il Pkk in Iraq.


In definitiva non si dà  nessuna seria prospettiva politica alla lotta dei Curdi per la loro sopravvivenza etnica, si lascia che siano perseguitati e combattuti  dai Turchi,  si continua a fornire armi ai ribelli siriani e si vuol contemporaneamente far credere di contrastare l'Isis.

Come può essere  possibile fare una cosa e nello stesso tempo il suo contrario ?

La risposta sta nei torbidi ed inconfessabili interessi portati avanti dalla politica criminale dei paesi occidentali; il sospetto che gli USA non abbiano serie intenzioni di combattere l'Isis in sé e per sé ma solo per costringerla a rendersi disponibile ad assecondare i loro interessi ed a sbarazzarsi di Asad diviene pertanto sempre più fondato.
 

Puntualizzazioni e commenti - Giugno 2015

I principi umanitari dovrebbero essere fra quelli basilari della nostra civiltà; putroppo di essi si fa spesso un uso perverso per  conseguire finalità inconfessabili.  Si organizzano sommosse con gruppi dissidenti all'interno di uno stato che si vuol destabilizzare, quando poi la polizia e gli altri organi di sicurezza intervengono e di fronte ai manifestanti che sparano  sono costretti a loro volta a sparare si parla di feroce repressione. Il governo di quello stato viene allora definito dittatoriale e si interviene direttamente o indirettamente con il falso alibi delle motivazioni umanitarie.

L'adozione di iniziative umanitarie, quando non riguardano l'operato del singolo ma quello di un organismo pubblico , non possono, come purtroppo spesso accade, essere intraprese in maniera indiscriminata. Uno stato ha  infatti il dovere istituzionale prevalente di tutelare i legittimi interessi dei propri cittadini e non può pertanto intraprendere iniziative "umanitarie" che collidano fortemente con tali interessi. Non dovrebbe pertanto accadere che le frontiere siano cancellate, che un numero indiscriminato di profughi vi possa avere accesso senza  alcun documento di riconoscimento, senza indicare il luogo di provenienza  e senza menzionare l'organizzazione che ha consentito l'espatrio.

L'espediente di dichiararsi rifugiati politici ha successo perchè  la vigente normativa di fatto impedisce di verificare se esistono  i reali requisiti. In tal modo l'umanitarismo si è trasformato in un irresponsabile pietismo progressista che finge di non vedere a quali gravi conseguenze si va incontro.

Ci si accorge  oggi, con atteggiamento farisaico, che l'immigrazione senza controlli ha dato la possibilità d'introdurre in Europa un elevato numero di potenziali terroristi. Nulla però si fà  per porre un freno a questo stato di cose. Perchè? Perchè il traffico di immigrati è un'attività redditizia; redditizia per le cosche criminali colluse con il potere politico e quindi redditizia anche per certi politici. Chi si accaparra i soldi degli immigrati in parte sono gli scafisti, in parte le organizzazioni terroristiche islamiste, in parte i basisti europei che smistano e indirizzano i flussi migratori. Le organizzazioni  pubbliche e private dal canto loro  incassano soldi dello stato, che solo in parte vengono spesi per le opere assistenziali a cui sarebbero  destinati.       

Aggiornamenti dalla Siria

L'Isis continua malgrado i bombardamenti USA ad avere armi e munizioni. Da chi? Da chi sino ad oggi le ha sempre rifornite: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Francia e CIA. Diciamo CIA e non USA essendo questa non solo un organismo predisposto alla sicurezza ed allo spionaggio ma, ormai da tempo, un corpo di fatto a se stante che opera con la copertura di potenti lobbies, comprese quelle che producono e commerciano clandestinamente armamenti, prendendo per proprio conto iniziative destinate a restare nell'ombra e svolgendo pertanto una propria politica estera e militare parallela a quella del governo.

Stando così le cose l'Isis, in leggera crisi in Irak continua ad avanzare in Siria dove malgrado le inaudite atrocità (comprese quelle recenti nel campo profughi di Yarmuck) non viene minimamente contrastata dalle forze della cosiddetta coalizione guidata dagli USA. Le atrocità infatti sono ritenute giustificabili se chi le commette è un avversario di Asad.
* * * * *

Gli sforzi dell'inviato dell'ONU, Staffan De Mistura, di trovare una soluzione alla guerra civile
siriana, o più modestamente di pervenire a tregue temporanee e limitate, per esempio ad Aleppo,e consentire iniziative umanitarie nei confronti della popolazione civile, sono stati vanificati dalle truppe ribelli , dalla miriade di bande Jadiste e dai tagliatori di teste che su istigazione di Turchia ed Arabia saudita hanno respinto qualsiasi proposta.

I Turchi già sterminatori degli armeni ed oppressori dei curdi non hanno infatti scrupoli a far continuare il massacro delle popolazioni siriane e scrupoli non ha nemmeno il democratico re saudita a cui preme innanzitutto lo sterminio di sciiti ed alauiti. Gli uni e gli altri concordano sulla necessità di eliminare Asad che cerca d'impedire i loro progetti criminali. Gli USA d'altra parte non se la sentono di mettersi in contrasto con degli affezionati alleati e la loro realpolitic non tiene in gran conto la tutela delle vite umane; anch'essi quindi contribuiscono a sabotare l'operato di Staffan de Mistura ed ogni iniziativa dell'ONU contrastante con la loro pretesa di egemonia mondiale.
* * * * *

Papa Francesco ha avuto il coraggio di prendere sul genocidio degli Armeni finalmente una posizione chiara pur sapendo le conseguenze che ne sarebbero derivate. Alla base del suo intervento vi è stato il concetto che la verità va proclamata a prescindere da qualsiasi posizione opportunistica.

Data la portata dell'intervento e la risonanza che avrebbe avuto e le prevedibili tensioni che sarebbero sorte con lo stato fondamentalista turco, non si può minimamente supporre che si sia trattato di un' iniziativa improvvisata da un papa esuberante, nè si può ritenere che il fatto sia avvenuto all'infuori di una strategia politica del Vaticano. Inoltre è assai probabile che ci possa essere stata una correlazione tra la recente visita del papa in Turchia e quanto poi è accaduto.

La sortita del papa avviene mentre da più parti si fanno pressioni per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Lo vogliono gli USA ed alcuni stati europei, come l'Italia, pedissequamente allineati con la politica estera americana. L'ingresso della Turchia in Europa avrebbe infatti la finalità di rafforzare all' interno di essa le tendenze filoamericane; in altre parola il controllo USA sull' Europa con la presenza della Turchia, suo fedele e ben armato alleato, avrebbe un ulteriore rafforzamento. D'altra parte l'entrata nella UE della Turchia che, tranne una ben piccola parte, non è geograficamente europea e tanto meno lo è culturalmente, ha come secondo scopo di constituire un antecedente per consentire subito dopo l'adesione dello stato sionista d'Israele.

Se si osserva da vicino la politica della Turchia si constata non solo il diniego di riconoscere il genocidio degli Armeni , ma anche altri fatti deplorevoli:

a) La dura repressione nei confronti della minoranza curda a cui si interdice l'uso della lingua e di cui si nega anche l'esistenza di una cultura nazionale.

b) Le limitazioni alla libertà religiosa creando crescenti difficoltà ai gruppi cristiani ed ebraici.

c) La carenza di tutele e di possibilità di difesa nel diritto penale per "reati" politici.

d) Il sostegno sia palese che recondito ai gruppi fondamentalisti e terroristici che in Siria ed Iraq
massacrano cristiani e sciiti e devastano chiese e moschee.

In tali condizioni papa Francesco mentre ha rimarcato la responsabilità morale di un sistema di governo che si ostina a non riconoscere quello che è stato definito il primo genocidio dell'epoca contemporanea, ha indirettamente e senza nominarle richiamato l'attenzione su tutte le gravi controindicazioni che sussistono per l'ingresso della Turchia in Europa, il cui scopo è solamente quello di favorire le mire scellerate degli USA e della NATO.

Puntualizzazioni e commenti

I principi umanitari dovrebbero essere fra quelli basilari della nostra civiltà; putroppo di essi si fa spesso un uso perverso per  conseguire finalità inconfessabili. 

Si organizzano sommosse con gruppi dissidenti all'interno di uno stato che si vuol destabilizzare, quando poi la polizia e gli altri organi di sicurezza intervengono e di fronte ai manifestanti che sparano  sono costretti a loro volta a sparare si parla di feroce repressione. Il governo di quello stato viene allora definito dittatoriale e si interviene direttamente o indirettamente con il falso alibi delle motivazioni umanitarie.

L'adozione di iniziative umanitarie, quando non riguardano l'operato del singolo ma quello di un organismo pubblico, non possono, come purtroppo spesso accade, essere intraprese in maniera indiscriminata. Uno stato ha  infatti il dovere istituzionale prevalente di tutelare i legittimi interessi dei propri cittadini e non può pertanto intraprendere iniziative "umanitarie" che collidano fortemente con tali interessi.

Non dovrebbe pertanto accadere che le frontiere siano cancellate, che un numero indiscriminato di profughi vi possa avere accesso senza  alcun documento di riconoscimento, senza indicare il luogo di provenienza  e senza menzionare l'organizzazione che ha consentito l'espatrio. L'espediente di dichiararsi rifugiati politici ha successo perchè  la vigente normativa di fatto impedisce di verificare se esistono i reali requisiti.

In tal modo l'umanitarismo si è trasformato in un irresponsabile pietismo progressista che finge di non vedere a quali gravi conseguenze si va incontro. Ci si accorge  oggi, con atteggiamento farisaico, che l'immigrazione senza controlli ha dato la possibilità d'introdurre in Europa un elevato numero di potenziali terroristi. Nulla però si fà  per porre un freno a questo stato di cose. Perchè? Perchè il traffico di immigrati è un'attività redditizia; redditizia per le cosche criminali colluse con il potere politico e quindi redditizia anche per certi politici.

Chi si accaparra i soldi degli immigrati in parte sono gli scafisti, in parte le organizzazioni terroristiche islamiste, in parte i basisti europei che smistano e indirizzano i flussi migratori. Le organizzazioni  pubbliche e private dal canto loro  incassano soldi dello stato, che solo in parte vengono spesi per le opere assistenziali a cui sarebbero  destinati.

Propaganda e giornalismo

Quante centinaia di migliaia di civili, e quindi quante decine di migliaia di bambini, sono morti in Europa durante la seconda guerra mondiale a seguito dei bombardamenti anglo-americani? Morti non  perchè le bombe che venivano lanciate  non fossero  intelligenti  ma perchè oltre agli obbiettivi s'intendeva deliberatamente uccidere anche i civili.

Lo scopo non era recondito ma era palesemente dichiarato ed era quello di terrorizzare la popolazione in modo da indurla a far cessare a tutti i costi il proseguimento della guerra.
Oggi si assiste in Siria ad una guerra con morte di numerosi civili e quindi anche di bambini. Ma si può pensare di scatenare un'insurrezione da combattere essenzialmente dentro i centri abitati uccidendo solo militari? I Fratelli Musulmani di Siria e gli altri gruppi fondamentalisti, sobillati, finanziati ed armati dagli USA e loro alleati hanno forse la prerogativa di combattere dentro le città, anche con mezzi pesanti, senza uccidere nessun civile ? I civili sono ammazzati esclusivamente dalle truppe di Assad, presentato alla credulona opinione  pubblica occidentale come una specie di orco che ogni mattina decide quanti bambini assassinare ?


Infine si scopre che anche durante i bombardamenti  americani contro il  "califfato"  vengono uccisi dei civili  e dei bambini, ma siccome gli americani sono i buoni  tutto ciò va considerato come un inconveniente  giustificabile e necessario.


Le deprecazioni e le deplorazioni per le stragi criminali compiute dall'ISIS si ripetono giorno dietro giorno ed i commenti degli organi d'informazione occidentale, privi di reale conoscenza dei problemi e finalizzati ad una propaganda politica tendenziosa, sono sempre gli stessi: le forze del male scatenate dal fanatismo religioso devono essere sgominate e spetta alla coalizione dei buoni, guidati dagli USA, assumere questo compito.

In tal modo si sorvola, e si cerca di far dimenticare ad una pubblica opinione di disattenti , due fatti che non possono essere sottaciuti: in primo luogo si deve tener presente che l'ISIS si è costituito con la fusione di varie bande finanziate ed armate dai paesi occidentali, dalla Turchia,dall'Arabia Saudita e dal  Qatar e rinfoltite dall'apporto di gruppi terroristici libici e di migliaia di europei a cui è stato consentito impunemente il transito e l'accesso in Siria; in secondo luogo non si deve dimenticare che, prima ancora che l'ISIS si costituisse, eccidi di vario genere erano stati effettuati sia da parte di gruppi islamisti che decapitavano e crocifiggevano sciiti e cristiani sia da parte dell'esercito degli insorti che fucilava ( e tuttora fucila) i soldati lealisti catturati. In  questi casi però nessuno scandalo e nessuna deplorazione perchè qualsiasi mezzo è lecito per combattere contro la Siria di Asad, questo mostro che non accetta il nuovo ordine mondiale.


Le torbide vicende di Vanessa Marzullo e Greta Romelli hanno evidenziato ancora una volta gli intrighi, le omertà, le complicità, le ipocrisie, i depistaggi, in cui sono stati coinvolti, in questa vicenda come in altre, i servizi di sicurezza italiani e le autorità di governo. Senza entrare nel merito  delle responsabilità specifiche di queste due ragazze impropriamente definite "cooperanti" e bonariamente presentate come sprovvedute ed ingenue, resta il fatto inoppugnabile che in Italia ed Europa chiunque vuol recarsi in Siria per /dare una mano/ agli oppositori del governo di Assad può farlo in piena libertà e senza alcun controllo; le frontiere turche sono sempre disponibili al transito ed al rifornimento, anche di armi, di qualsiasi Jiadista, di qualsiasi terrorista e di qualsiasi  sprovveduto che vada ad ingrossare le schiere degli oppositori al regime siriano.

Discriminare in queste schiere quelle buone  e quelle cattive è un puro sofisma come dimostra il caso ISIS  in cui varie bande, in un primo momento ritenute affidabili, e pertanto abbondantemente finanziate ed armate, si sono successivamente fuse e rese autonome per costituire il Califfato. Deve essere comunque chiaro che un califfato ( o qualcosa di molto simile) è anche nei progetti dei ribelli siriani che sono senza eccezioni appartenenti ai gruppi fondamentalisti dei Fratelli Musulmani e dei salafiti.

E' pertanto una grande bugia affermare che gli oppositori siriani al regime di Assad si battano per la democrazia; essi si battono contro lo stato laico per introdurre la sharia che comporta la perdita di cittadinanza di quanti non siano musulmani e forti limitazioni alla libertà religiosa. Vanessa Marzullo e Greta Romelli, come dimostrano foto di manifestazioni di piazza,erano in Italia attiviste fanatiche della lotta ad Assad e palesi simpatizzanti dei gruppi fondamentalisti. Il maggior apporto da esse  dato, non sono state le presunte collaborazionu umanitarie ma l'oneroso prezzo del riscatto (si parla di 10-12 milioni di euro) versato dallo stato italiano che in tal modo ha dato un apprezzabile contributo al potenziamento dei criminali Jiadisti.
 

Subdoli, equivoci ed inconcludenti interventi armati in Siria ed Irak da parte di USA e consociati.

Per fare il punto dell'attuale situazione del Califfato in Siria ed Irak è necessario basarsi su alcuni incontrovertibili dati di fatto:
1°- Le truppe del califfato sono costituite da jadisti appartenenti a varie bande islamiste che sono state finanziate ed armate da Usa, Francia, Turchia, Qatar ed Arabia Saudita allo scopo di tentare di abbattere il governo siriano di Assad.

2°- Tutte le atrocità  commesse da queste bande in Siria contro cristiani e sciiti, sono state per tanto tempo cinicamente ignorate o ritenute irrilevanti  perchè nella logica criminale degli USA e dei loro alleati  quel che conta è la guerra contro Assad.

3°-  Pertanto si sono lasciati partire dall'Europa miglia di volontari per confluire nelle schiere di coloro che sono stati ritenuti criminali solo dopo le decapitazioni di alcuni americani.

4°- Le bande armate anti- Assad, rinfoltite e rifornite di potenti e sofisticati armamenti di provenienza occidentale, si sono ad un certo punto ritenute così forti ed organizzate da costituire un proprio stato indipendente con la conquista di  territori della Siria e dell'Irak.
 
A questo punto USA e consoci si sono accorti che la situazione era loro sfuggita di mano e non riuscivano più a controllarla.  I provvedimenti presi per un'azione di contrasto sono risultati però contradittori,  subdoli e potenzialmente in grado di non risolvere ma di aggravare ancor più la situazione.
Infatti mentre si crea una consociazione d'intervento internazionale   si deve prendere atto che al proprio interno ci sono gli stati che alla formazione del Califfato  hanno   fornito ogni sorta di mezzi economici e militari. Il rischio è che Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Giordania,ecc., mentre ufficialmente partecipano ad azioni di contrasto sotto banco tendano a sabotarne i risultati  continuando  a fornire  clandestinamente al Califfato i mezzi necessari per resistere.
Un secondo aspetto che avevamo già evidenziato in una  precedente occasione riguarda l'intervento di bombardieri USA in Siria. Questo è avvenuto senza l'accordo con il governo di Damasco e pertanto in palese violazione del diritto internazionale. Ma l'intervento è illegale anche per un altro motivo:  in questa, come in precedenti  occasione, gli USA hanno messo insieme una coalizione internazionale senza alcun mandato dell'ONU. E' ormai sotto gli occhi di tutti che gli USA si ritengono, mentre parlano di democrazia  di giustizia e libertà, completamente svincolati dal diritto internazionale e dal rispetto della normativa ONU. La potenza economica e militare che essi detengono li autorizza a stabilire chi sono i buoni e i cattivi ed a porsi (come ripetutamente in questi giorni ha detto Obama) alla guida del mondo ; chi non approva va eliminato.

Come era  facile prevedere, e come avevamo in precedenza previsto, i bombardamenti illegali sulla Siria  hanno provocato le dure reazioni di Iran e Russia.
Il governo iraniano ha dichiarato che non intende unire le proprie forze militari con quelle della coalizione  in quanto vi sono fondati indizi per ritenere che il fine recondito ed effettivo non sia tanto di combattere il Califfato quanto di portare la guerra in Siria per poi abbattere Assad.
Il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrof, ha recentemente dichiarato all'Assemblea generale dell'Onu che i bombardamenti in Siria senza il consenso del governo siriano è una violazione del diritto internazionale e che il vero scopo degli USA è quello di perseguire nel Medio Oriente i propri interessi, non di riportare la pace. Il giorno seguente lo stesso ministro ha dichiarato che se l'intervento militare in Siria dovesse essere rivolto anche contro le forze regolari siriane la Russia sarebbe costretta ad  in prima istanza ad intervenire con massicci ed efficaci forniture di armi al governo di Assad.

Gli USA avrebbero, con la solita arroganza, affermato che per bombardare in Siria non è necessaria l'autorizzazione di un governo che non è legale. Gli USA fanno finta di non sapere che il governo siriano è riconosciuto dall'Onu che l'otto settembre scorso ha dato incarico all' inviato speciale Staffan de Mistura  di incontrarsi a Damasco con Assad. Che i bombardamenti in Siria siano un atto illegale lo ha dichiarato il 25 settembre anche Carla Del Ponte membro della Commissione Indipendente dell'ONU sui crimini di guerra, la quale ha esplicitamente affermato: "L'attacco USA in Siria è una violazione del diritto internazionale".

Pecunia non olet

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino,essendo alcuni giorni fa stato in visita all'Arabia ha ringraziato la famiglia reale saudita per i fondi elargiti in opere di restauro di monumenti romani ed auspicato una lunga e proficua collaborazione. Contemporaneamente  è giunta una  notizia , pubblicata da "Il Messaggero" del 26/4 relativa ad una donna dell'Arabia Saudita condannata a 150 frustate e 8 mesi di carcere per aver osato infrangere il divieto per le donne di guidare un'auto.

Poichè il regno saudita, alleato di ferro degli USA, è uno di quegli stati che insieme al Qatar ed alla Turchia armano e finanziano le bande jiadiste che dovrebbero portare in Siria la democrazia, il comportamento di Ignazio Marino è stato perfettamento allineato con le direttive generali della politica estera italiana e della NATO. Le frustate ed il carcere alle donne che guidano auto (insieme a tante altre nefandezze) che cosa sono di fronte alla  elargizione  di fondi per il restauro di monumenti romani, benevolmente concessi da un truculento alleato degli americani?

 

 AGGIORNAMENTI SUL CALIFFATO

Obama, fortemente indignato per la decapitazione del reporter James Foley, ha con tono minaccioso affermato in una conferenza stampa : "Quando viene fatto del male a degli americani, ovunque nel mondo, noi facciamo ciò che è necessario per far sì che venga fatta giustizia". Di quale giustizia parla Obama? E' forse  giustizia quella che viene chiamata in causa per un povero decapitato americano ma che non è stata mai invocata di fronte a tante altre decapitazioni e crocifissioni, operate in Siria (ed ora anche in Irak) dalle bande criminali finanziate ed armate dagli stessi americani tramite i fedeli alleati di Turchia, Arabia Saudita e di Qatar? Quando le bande  jihadiste massacravano in Siria cristiani e sciiti la cosa era del tutto ininfluente per la  coscienza pelosa  dell'americano Obama che legittimava qualsiasi atrocità se commessa da coloro che combattono  Assad.
Quando poi queste bande, ingrossate con l'apporto di gruppi fondamentalisti reclutati e ingaggiati  in tutto il mondo, hanno fondato il Califfato, sono rimaste indisturbate per mesi  dilagando nel nord-est della Siria e nel nord dell'Iraq, conquistando importanti città come Mossul, compiendo stragi tra le popolazioni, mettendo in fuga 1000.000 cristiani e facendo incetta di donne da vendere come schiave. L'aviazione USA è intervenuta solo dopo che il Califfato, precedentemente armato e finanziato, ha preteso di estendersi anche nei territori curdi. Quì in effetti il Califfato non si sarebbe dovuto espandere perchè nel cosiddetto e fantomatico Kurdistan c'è il petrolio a cui sono interessati gli USA, i Francesi e gli Inglesi. Ma i bombardamenti , come era facile prevedere,da soli non possono  bastare.  Ecco allora spuntare una trovata di alta strategia: per combattere il Califfato bisogna colpire le sue basi al di là del confine dell'Irak con la Siria. Quindi bisogna intervenire militarmente in Siria. Due piccioni (o forse tre) con una fava : si dà all'opinione pubblica internazionale l'impressione di voler combattere una vasta organizzazione criminale e stragista e si mette finalmente piede in Siria col pretesto di combattere il terrorismo ( e con la reconditaintenzione di combattere poi contro Assad), cosa che è stata fin'ora  impossibile per l'opposizione russa. Che questo progetto americano abbia aspetti subdoli ed  equivoci è assai probabile.Infatti se eventuali truppe americane dovessero veramente combattere in Siria contro il Califfato, dovrebbero combattere anche contro gli amici del Califfato, cioè contro le diverse bande Jihadiste che sino a ieri sono state rifornite  ed armate per combattere Assad. E ritengono veramente gli Americani che i Russi starebbero a guardare? Non ha Putin già dato chiari segni in varie occasioni di non essere disposto ad avvallare ingerenze e prepotenze americane in settori che coinvolgono interessi della Russia? E non esiste inoltre un altro fondamentale problema, relativo all'esercito siriano lealista che dispone, malgrado tutto, di un armamento discretamente efficiente e di un'areonautica che i sofisticatoi missili forniti agli insorti non sono ancora riusciti a distruggere?
Un'intervento sic et simpliciter degli americani in Siria, giustificato con la lotta al Califfato, non solo si presenta allo stato attuale problematico ma potrebbe provocare
guasti ancora maggiori. Se si prende atto che il regime siriano, malgrado le congiure interne di Fratelli Musulmani e Salafiti, era una condizione di stabilità e di ordine per una vasta area del Vicino Oriente e che il caos ed il dilagare dell'estremismo criminale  è stata la conseguenza dell'insurrezione sollecitata, finanziata ede armata dagli USA ed   alleati, bisogna concludere che se si vuole cancellare o almeno contenere il Califfato è necessario in primo luogo pervenire ad una sia pur parziale normalizzazione della situazione interna siriana. La qual cosa significa cessazione dei combattimenti tra insorti e forze lealiste e disarmo dei gruppi armati fondamentalisti che operano a fianco degli insorti. La qual cosa significa in definitiva arrivare ad un accordo con Assad .
La vasta disponibilità di armamenti e di denaro messi cinicamente a disposizione del Califfato e la precaria situazione irakena comportano serie difficoltà per la restaurazione di una situazione tranquilla e per la cessazione delle stragi. I limitati bombardamenti americaqni ed un  intervento in Siria, anche dopo un eventuale accordo con Assad, sarebbero comunque insufficienti e non potrebbero pertanto risolvere il problema. L' eliminazione del Califfato può avvenire solo con il coin volgimento di forze più vaste e con un forte appoggio  al governo di Bagdad.  Un intervento  serio, e che non fosse un escamotag tendente in realtà a secondi fini, dovrebbe pertanto avvenire con il coinvolgimento di russi e iraniani. L' Iran  è direttamente cointeressato perchè una parte dei suoi territori occidentali confinano col Califfato, che non può essere considerato un vicino affidabile. Non dovrebbero invece essere coinvolti turchi e sauditi corresponsabili  della situazione e soprattutto i francesi  principali artefici della catastrofe libica. 
Dopo i disastri del Vietnam, dell'Irak, dell'Afganistan, della Libia e quello  della Siria come pensano ancora gli americani di poter essere la guida del mondo ? Una guida che si è rivelata tanto criminale quanto inconcludente?   

Cosa vogliono gli USA in ucraina

Gli organi d'informazione, conoscendo l'appiattimento culturale e l'apatia dei  popoli dell'occidente, sottoposti a decenni di propaganda disinformativa, pensano che ormai si possano propinare notizie totalmente in contrasto con la verità e l'evidenza.

Cosa si ripromettono infatti gli USA in Ucraina è evidente senza ombra di dubbio. Essi pretendono che la Russia abbia un confinante ostile, aggregato alla Nato e quindi con basi militari americane. Infatti la Russia, che non accetta l'egemonia globale degli USA,  deve essere progressivamente accerchiata e isolata, in attesa di attuare un crollo dell'attuale sistema di governo, procedere ad uno smembramento territoriale e creare una serie di governi fantoccio filoamericani.

Dopo lo schieramento di missili sui confini polacchi e dei paesi baltici Putin è cosciente che l'accerchiamento va bloccato prima che sia troppo tardi  anche a costo di correre gravi rischi.

Putin e la classe dirigente russa sanno che americani ed occidentali vanno fermati subito o mai più.
In tale situazione ancora una volta il governo italiano, privo di un'opinione propria,  si è allineato supinamente alle direttive americane. Le innovazioni in politica estera promesse dall'ex sindaco di Firenze, miracolosamente trasformato in Presidente del Consiglio con l'appoggio di Obama e della Merkel , non hanno avuto, come era facile immaginare, alcun seguito.

G.O. 09/03/2014

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Inizia una nuova guerra fredda

Avevamo recentemente scritto a proposito dell'Ucraina: "La Russia non lascerà correre,non starà a guardare".

I fatti ci hanno dato ragione perchè l'affermazione derivava non da un presunto intuito geniale ma da un ovvio esame della realtà. Potrebbe la Russia restare indifferente a quel che accade al di là del proprio confine, dove ha importanti basi militari e dove esiste nella zona dell' Est una popolazione prevalentemente di lingua russa ?

Può la Russia ignorare che il nuovo governo ucraino si collochi  in  posizioni nettamente antirusse assumendo un atteggiamento persecutorio nei confronti dei cittadini di origine russa ai quali  vorrebbe negare persino  l'uso della propria lingua? Il rafforzamento delle basi militari era pertanto prevedibile ed anche l'aumento del controllo del territorio circostante.

Al contrario degli USA che dichiarano appoggio incondizionato al nuovo governo, sottintendendo che potrebbero se necessario intervenire, la Russia continua ad usare una tattica basata più sui fatti che sulle minacce e le frasi roboanti utilizzat e da Kerry ed Obama. Putin non ha espresso solidarietà ai gruppi di armati filorussi di Belbek o di Sebastopoli che si impossessano di uffici pubblici e di aeroporti, ma non li ha nemmeno contrastati.

In questa fase Putin non ritiene che esistano ancora le condizioni per un intervento diretto e lascia spazio (e certamente concede aiuti) ai gruppi filorussi. Mentre nelle basi russe  affluiscono uomini e  mezzi per essere pronti a qualsiasi evenienza. Nel frattempo i falchi americani spingono incoscientemente verso un conflitto  con la Russia convinti che il loro potenziale bellico, in particolare atomico, sia  nettamente superiore. Essi dimenticano che Putin ( che non sono riusciti ad eliminare malgrado l'enorme finanziamento ai gruppi d'opposizione) durante questi anni invece di fare discorsi minacciosi e arroganti ha sempre usato il linguaggio  della moderazione e, senza molto rumore, rimetteva in funzione il grande armamentario bellico ereditato dall'URSS e ne produceva di nuovo.

Tale moderazione non ha impedito  con grande fermezza a  Putin di opporsi  al Consiglio di sicurezza dell'ONU ad un'intervento militare in Siria, né ha impedito  la fornitura di mezzi finanziari e militari. La Siria ha da lunga data sempre avuto ottimi rapporti con la Russia e questa possiede a Tartus la sua unica base aeronavale del Mediterraneo. Mettere in Siria un governo fantoccio significa anche, per gli americani, sbarazzarsi di questa base. A questo punto c'è il rischio che la situazione dell'Ucraina, programmata e finanziata dagli USA e dall'UE, diventi simile a quella siriana, solo simile perchè le conseguenze ed i pericoli sarebbero assai più gravi.

 28/02/2014

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Lo Stato satellite Italia

Mentre emergono nuove malefatte del governo turco, lo Stato satellite Italia continua a supportare servilmente la politica USA e gli interessi dei trafficanti internazionali che vogliono la Turchia in Europa. A chi mi rimprovera di essere "talebano" faccio presente un comunicato di un'agenzia generalmente inquadrata nel sistema dell'informazione dei paesi NATO.

Domenica 9 febbraio
ANSAmed.

"Solo 24 ore dopo aver fatto adottare una legge per il rigido controllo di internet - che consente al governo di chiudere un sito in 4 ore senza decisione giudiziaria e di registrare per due anni i dati confidenziali di ogni utente - che ha suscitato la preoccupazione USA ,UE e Consiglio d'Europa, il governo di Ankara ha deciso la espulsione di un giornalista straniero, accusato di aver scritto tweet critici nei confronti di Erdogan"...

"L'opposizione turca ha più volte accusato Erdogan di appoggiare in Siria non solo l'Els, i ribelli ufficiali, ma anche i gruppi armati jihadisti [..]. Erdogan è impegnato in un'ampia offensiva per ridurre al silenzio i giornalisti critici attraverso detenzione, procedure legali e "intimazione ufficiale", in una delle più vaste campagne di repressione della libertà di stampa nella storia recente."

Che gli USA realmente si scandalizzino del comportamento di Erdogan è chiaramente ridicolo, essi che hanno spiato tutti i governi alleati e che con la complicità dei governanti nostrani continuano a spiare i nostri telefoni e la nostra posta elettronica.

11/02/2014

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Ucraina

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