Autonomie linguistiche e dissoluzione dello stato unitario

18/03/2010 : 14:41


Dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi dell'Unione Sovietica si è accentuata la tendenza degli USA ad esercitare una funzione egemone a livello mondiale. Ciò avviene essenzialmente attraverso due concomitanti strategie:

1° Attuazione di una politica militare che prevede la possibilità d'interventi dovunque gli interessi statunitensi non si ritengano sufficientemente garantiti. Ciò vale in particolare per l'approvvigionamento delle fonti energetiche e delle materie prime. Tali interventi, come è stato ampiamente dimostrato, possono prescindere dagli intendimenti dell'ONU che non sempre può assecondare tutte le pretese americane.

 2° Politica estera tendente a suscitare da un lato situazioni di disgregazione all'interno degli stati europei per creare una serie di “statarelli”, che abbiano ciascuno singolarmente scarso peso nell'Unione Europea controllata dalla Nato, dall'altro ad esercitare una massiccia opera di corruzione nei confronti dei governi perché attuino un’accentuata politica filoamericana. A ciò si aggiunge l'azione della CIA e degli altri servizi segreti per finanziare attività di sobillazione all'interno degli stati che non si vogliono allineare.

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       In tale contesto s'inserisce una diffusa propaganda a favore delle autonomie locali ( e del federalismo) per logorare progressivamente le strutture degli stati unitari. Si finge d'ignorare quali sono i veri scopi di tale propaganda giustificandola con una maggiore snellezza amministrativa, con una migliore attenzione alle varie realtà  del territorio, con la valorizzazione delle culture specifiche delle comunità costituenti l'insieme dello stato, con una più equa tassazione ed una più accorta e mirata spesa pubblica.

E' evidente che in Italia con  un sistema politico basato sulla corruzione  e sulle clientele ed in larghissima parte controllato dalla malavita, l'attenuazione di poteri centrali da devolvere a quelli locali, più facilmente controllabili, trovi accettazione e consenso da parte di molti; è anche evidente che per larghi strati di una popolazione ridotta, da una sistema scolasticofatiscente e da una televisione di infima qualità, a livelli culturali di diffuso semianalfabetismo, il discorso di realtà locali da contrapporre ad uno stato reso inefficiente può sembrare scelta plausibile.

      A chi da lontano regge le fila della propaganda localista non  può certo preoccupare né il sistema di corruzione che le autonomie locali verrebbero ulteriormente ad incentivare, né la dabbenaggine di chi ritiene che rinchiudendosi nella propria dimensione locale si realizzino meglio i propri interessi individuali. 

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      Fra le altre iniziative escogitate dai manovrieri della Comunità Europea vi è una normativa per la tutela delle minoranze linguistiche. Gli intendimenti subdoli di tale iniziativa risultano evidenti quando ci si accorge che la tutela non interessa solamente le lingue di minoranze etniche inserite in un  certo contesto nazionale (ad esempio le tedesche,francesi,albanesi,greche, ladine presenti sul territorio italiano o le minoranze italiane di Slovenia e Croazia) ma anche certi dialetti, che nell'euforia autonomistica pretendono di essere equiparati alla lingua nazionale dello stato, con possibilità d'essere utilizzati negli atti amministrativi e giudiziari, nelle scuole e nelle università.

     Tenuto conto che dal punto di vista  strettamente linguistico non esistono notevoli differenze tra ciò che s'intende per "lingua" e ciò che si intende per "dialetto", è ormai da tempo appurato che le  vere differenze siano  soprattutto di ordine sociale e politico. In altre parole se una certa popolazione rivendica al proprio dialetto il riconoscimento di lingua opera una scelta che è di carattere politico e che implica tutta una serie di conseguenze nell'immediato e nel futuro. E' questo il caso del Sardo che ha alcune peculiarità linguistiche che lo distinguono dalle altre parlate dell'Italia.

Tutti però sanno che ormai da lungo tempo non esistono Sardi che non capiscano o non parlino correttamente la lingua italiana; volere un riconoscimento come lingua, che venga utilizzata anche in ambiti di grande importanza sostituendo quella nazionale, è pertanto una scelta con cui la linguistica ha poco a che vedere.

      Dare ai dialetti la possibilità di essere giuridicamente riconosciuti come lingue ha solo la funzione di sgretolare le lingue  europee e le loro tradizioni culturali, premessa indispensabile per frazionare le relative entità statali. E così invece di fare gli Stati Uniti d'Europa si farà l'Europa degli “statarelli” uniti, facile da manipolare e tenere in soggezione.

      A chi volesse obiettare che l'auspicata babele linguistica dell'Europa  creerebbe problemi di comunicazione, i fanatici dell'autonomismo potrebbero rispondere che il problema non esiste perché in nome della globalizzazione presto tutti dovranno essere in grado di comunicare in inglese o meglio ancora in americano.

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         In base a quanto detto sopra si potrebbe erroneamente pensare che i dialetti siano una realtà negativa da circoscrivere ed emarginare. Non è affatto questo che si è inteso dire. I dialetti sul piano linguistico e culturale presentano infatti elementi di grande interesse ed hanno prodotto dal punto di vista letterario, specie nel teatro e nella poesia, opere notevoli. Per limitare il discorso al caso della letteratura dialettale italiana basterebbe ricordare i nomi del padovano Ruzante, del veneziano Goldoni, del milanese Carlo Porta, del romano Gioacchino Belli, dei napoletani Salvatore Di Giacomo ed Eduardo De Filippo.

E chi potrebbe dire in ambito musicale che la canzone napoletana sia di scarso valore perché dialettale?Nessun ostracismo quindi nei confronti dei dialetti che vanno considerati come varianti locali di un'unica e comune lingua nazionale, quella in cui tutti possono esprimersi e capirsi e partecipare ad una cultura di vasta portata, consolidata nei secoli, l'unica in grado di consentire con orgoglio e prestigio di essere presenti come popolo nell'Europa e nel Mondo. 

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       Un Paese evoluto e moderno come la Francia, che certamente non può essere tacciato come reazionario ed oscurantista, da secoli si è preoccupato dei problemi della propria lingua, consapevole che essa ha una valenza sia ideale e pratica  sia ai fini nazionali nel funzionamentodello Stato. Nel 1539 Francesco I° con l'Editto di Villers-Cotterets rese obbligatoria la lingua francese, in sostituzione del latino, in tutti gli atti giuridici e della pubblica amministrazione.

Nel 1635 il cardinal de Richelieu fonda l'Académie Française avente come scopo principale la purezza della lingua francese. Erede di questa solida tradizione l'articolo 2 dell'attuale Costituzione della Francia recita : " La langue de la République est le français." Nel 1966  il capo del governo Georges Pompidou creò "l'Alto comitato per la difesa e l' espansione della lingua francese". Nel 2001 l'Alto comitato viene trasformato in" Delegazione generale per la lingua francese e le altre lingue della Francia." Ma si badi bene l'interesse per le " altre lingue della Francia"concerne il teatro, i libri, le canzoni e tutte le discipline in cui la lingua è strumento creativo. La Delegazione generale s'interessa fra l'altro dei neologismi ed essendo collegata ai ministeri della Cultura e della Comunicazione emana direttive relative all'uso corretto della lingua in tutti gli enti pubblici.

Perché tanta attenzione alla lingua da parte degli organi di governo della repubblica francese? La risposta è semplice :perché la lingua costituisce un forte legame di appartenenza ad una comunità ed affermare il primato d'una lingua nazionale è motivo di coesione sociale. Le lingue nazionali contribuiscono inoltre alla promozione della diversità culturale in Europa opponendosi al livellamento monoculturale della globalizzazione tendente all'uso sempre più esclusivo della lingua angloamericana.

      Malgrado queste solide prese di posizione a favore del primato della lingua francese, anche in Francia c'è chi agisce consapevolmente od inconsapevolmente secondo le direttive di comitati indipendentisti abilmente pilotati da forze estranee interessate alla frantumazione degli stati unitari europei.Per fortuna in Francia, nella Francia libertaria e progressista, alcuni valori ancora resistono ed esistono forze politiche che sanno lottare per difenderli.

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      E in Italia? Nell' Italia controllata e governata dalle mafie, gli interessi politici del momento sono rivolti altrove: viados e veline.

 

01/02/2010

 

 

 


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